venerdì 17 agosto 2018

Aggiornamento prossimi incontri

Carissimi tutte e tutti,
fino a oggi, non avendo ricevuto nessuna conferma di partecipazione all’incontro di domenica 26 agosto a Pinerolosi è deciso di annullarlo.

Da venerdì 28 settembre alle ore 17,45 riprenderà a Torino il corso biblico. Si comincerà con una "lectio cursiva" dei due libri delle Cronache, per poi proseguire con le parabole di Gesù e lo straniero nella Bibbia.Il tutto intercalato da temi e opere che la vita quotidiana ci offre.

Dal mese di settembre ricominceremo a vederci regolarmente l’ultima domenica del mese ovvero domenica 30 settembre e il programma sarà il seguente: dalle ore 10,00 con gli arrivi, poi dalle ore 10,30 si inizierà l’eucarestia e il confronto su “La donna nel nuovo testamento” sarà prolungato fino alle 13,30-14,00 avendo inserito un momento di formazione più specifico tenuto da don Franco. A seguire il pranzo comunitario (ognuno è invitato a portare qualcosa da mangiare tutte/i insieme per la condivisione), momento conviviale e di scambio, a chiudere la giornata un breve momento di programmazione. L’incontro terminerà alle 15,30.

Un abbraccio
Anna

giovedì 16 agosto 2018

Gesù di Nazareth

“Fragile, come quello di ogni uomo. Un corpo che soffre la stanchezza (...). Ed è fragile, umanamente fragile, quest'uomo che cammina lungo le polverose strade della Giudea e della Galilea, nel complesso territorio dei sentimenti che tutti, prima o poi, proviamo (...). Egli attraversa paesaggi diversi, ma soprattutto l'intero registro dell'umano, un'estesa gamma di emozioni e passioni, ben prima di quei drammatici ultimi giorni a Gerusalemme. Ciò che fa, che pensa, che organizza è mosso sempre dalla com-passione per l'altro (...)”. 

Brunetto Salvarani (da “Teologia per tempi incerti”, ed. Laterza, p.135) 

mercoledì 15 agosto 2018

Elisabetta Grande, Guai ai poveri

Leggo nel bel libro di Elisabetta Grande, "Guai ai poveri" (edito dal Gruppo Abele, 2017, euro 14) che nel 1948, 53 stati avevano sottoscritto la Carta dell'Avana, denominata ITO (International Trade Organisation) con lo scopo di abbattere le barriere doganali tra gli Stati, in un'ottica di liberalizzazione, ma tenendo conto anche dei diritti dei lavoratori, imponendo l'obbligo del rispetto di uno standard minimo previsto dall'Organizzazione mondiale del lavoro, nonché dell'obiettivo della piena occupazione, cosicché le barriere non sarebbero cadute tutte le volte che la liberalizzazione avrebbe determinato disoccupazione interna. 

Nel 1950 però gli Stati Uniti decisero di non ratificare la Carta che così venne abbandonata anche dagli altri stati e sostituita da un altro accordo, il GATT, trasformatosi poi nel 1992 nel WTO attuale in cui gli obiettivi della piena occupazione e della tutela della sicurezza dei luoghi di lavoro non vennero più considerati, anzi, si sanzionò lo stato che si rifiuti di importare merci prodotte in condizioni di sfruttamento della mano d'opera e di insicurezza dei luoghi di lavoro. In questa direzione vanno tutti i trattati bilaterali o multilaterali di libero scambio stipulati successivamente ed oggi vigenti. 

E' evidente quindi che la globalizzazione ha prodotto gli effetti che vediamo non per una necessità imposta dallo sviluppo economico, ma per precise scelte politiche volute da precisi interessi economici, in primo luogo quelli delle grandi corporations multinazionali. La globalizzazione avrebbe potuto essere gestita diversamente evitando le conseguenze di una liberalizzazione selvaggia che ha favorito solo le grosse imprese e una sempre più ristretta élite a danno della gran parte dei popoli.
Il libro che ho citato, scritto da una docente di Sistemi giuridici comparati all'Università del Piemonte orientale, è di agevole ed interessante lettura ed illustra come la povertà negli Stati Uniti sia notevolmente aumentata negli ultimi anni come conseguenza di una precisa politica di penalizzazione delle classi meno abbienti, sullo sfondo di una visione neoliberista della economia e della convinzione che la povertà sia una colpa di chi non si adegua ad una società che pone come valore supremo l'iniziativa personale ed il successo. 
recensione a cura di Guido Allice). 
In libreria per Gruppo Abele edizioni, 2017, € 14. 

martedì 14 agosto 2018

Martin Buber

Diventa tu un “angelo”per gli altri

Se uno viene da te e ti chiede aiuto,
allora tu non devi in modo pietistico,
raccomandargli di aver fiducia
e di rivolgere la sua pena a Dio,
ma devi agire come se Dio non ci fosse, 
come se in tutto il mondo ci fosse
uno solo che può aiutare quell’uomo,
e quell’uno sei tu.

Martin BuberRacconti chassidici.

lunedì 13 agosto 2018

Manifesto per l’accoglienza

Manifesto per l’accoglienza: questa è una chiesa che accoglie
Il Consiglio della Federazione delle chiese evangeliche in Italia approva un documento per dire no alla xenofobia. Ogni forma di razzismo è un’eresia teologica

Roma, 8 agosto 2018 (NEV/CS27) – “Da mesi ascoltiamo parole violente e cariche di rancore nei confronti degli immigrati, che nel cuore dell’estate sono state seguite da gesti xenofobi e razzisti verso italiani con la pelle nera, richiedenti asilo, rom. Come cristiani evangelici riteniamo che il limite della tollerabilità di questo linguaggio e di questi atteggiamenti sia stato ampiamente superato e per questo abbiamo deciso di lanciare il messaggio chiaro e forte che noi non ci stiamo”.
Con queste parole il presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), pastore Luca Maria Negro, presenta il Manifesto per l’accoglienza approvato dal Consiglio FCEI.
“Anche se oggi è impopolare, affermiamo che noi evangelici siamo per l’accoglienza degli immigrati e dei rifugiati, per la tutela delle vite di chi fugge da guerre e persecuzioni attraversando il Mediterraneo, per l’integrazione. Lo facciamo – conclude il presidente della FCEI – con uno strumento semplice ma capillare quale un manifesto che speriamo possa essere affisso sul portone di ogni chiesa evangelica”.

“Ogni forma di razzismo è per noi un’eresia teologica” si legge nel documento, che si apre con alcune citazioni bibliche sull’accoglienza e sui diritti dello straniero. Il Manifesto per l’accoglienza prosegue poi con 8 punti in cui si ribadisce la falsa contrapposizione tra accoglienza degli immigrati e bisogni degli italiani, si sottolinea la buona pratica dei corridoi umanitari, si invita allo scambio interculturale nel quadro dei principi della Costituzione, alla protezione internazionale e alla tutela dei diritti, a un linguaggio rispettoso della dignità e a una presa di posizione contro xenofobia e razzismo, si denuncia l’esasperazione del dibattito pubblico sul tema delle migrazioni. Negli ultimi due punti, la FCEI fa appello alle chiese sorelle dell’Europa perché accolgano quote di richiedenti asilo e spingano i loro governi a promuovere politiche di condivisione dei flussi migratori in un quadro di solidarietà e responsabilità condivise, richiamando all’amore di Dio, che è più forte degli egoismi di individui e di nazioni.
Scarica il Manifesto per l’accoglienza in versione integrale
Nev.it – 8 agosto 2018

Un Dio che condivide

Dio condivide con le persone quali noi siamo gli alti e i bassi della vita e ci ha cari perché siamo fatti in questa maniera... Dato che siamo esseri umani, Dio ci ama per la nostra impotenza, per il nostro smarrimento, per il nostro cercare, per il nostro sforzarci su mille sentieri, e alla fine c'è una storia della salvezza... 

Eugen  Drewermann

domenica 12 agosto 2018

Perché non si può essere cristiani e razzisti?

PERCHÉ NON SI PUÒ ESSERE CRISTIANI E RAZZISTI?
Il teologo Pino Lorizio spiega perché i sentimenti di razzismo che in questi giorni sembrano pervadere il nostro Paese, non possono per nessuna ragione appartenere a un cristiano.

L’ aggressione a Daisy Osakue, l'atleta italiana di origini nigeriane ferita ad un occhio dal lancio di un uovo a Moncalieri non è che l’ ultimo di una serie di odiosi casi che si sono susseguiti in questi giorni in tutto il Paese come il pestaggio a Partinico, in provincia di Palermo, del senegalese di 19 anni, insultato e picchiato mentre stava servendo nel bar dove lavora; le tre donne che a Catania sono state lasciate a terra da un pullman di Catania; la piccola bambina rom di 13 mesi colpita alla schiena da un piombino mentre è in braccio alla mamma, da un ex dipendente del Senato che, voleva “provare l’ arma” sino all’ omicidio, nella notte tra il 28 e il 29 luglio ad Aprilia, di un cittadino marocchino morto dopo essere stato inseguito in auto da due persone convinte che fosse un ladro. Una scia di sangue che inquieta e che ci costringe a sottolineare qualcosa che potrebbe sembrare ovvio ma forse non lo è più… e cioè che un cristiano non può essere razzista. Lo ricorda nel pezzo che segue il teologo Pino Lorizio (La redazione) 
L’ acceso dibattito di questi giorni, alimentato da deprecabili fatti di cronaca, chiede di essere accompagnato da una riflessione critica e al tempo stesso serena su cosa significa essere cristiani. L’ analfabetismo in materia di fede e di religione che caratterizza il nostro tempo chiede un lavoro di alfabetizzazione, che prima ancora è culturale e filosofico.
Nell’ immaginario collettivo spesso si pensa e si afferma che la fede nel Dio unico sia motivo di violenza nei confronti di quanti non la condividono. Al contrario, il fatto che crediamo in un unico Dio comporta che riteniamo questo Dio creatore e signore del cielo e della terra e quindi di tutto e di tutti, anche dei non credenti in Lui o dei “diversamente credenti”. E tale fede richiede quindi atteggiamenti e comportamenti di pace, di accoglienza, oserei dire di tenerezza, verso tutti ed in particolare verso gli ultimi, i poveri, gli immigrati, le minoranze e verso i non credenti o in coloro che coltivano fedi diverse da quella cristiana.
Nel caso del povero e del migrante, l’ attenzione del cristiano dovrebbe risultare ancora più viva, in quanto siamo di fronte all’ umano nella sua nudità ed essenzialità, mancando queste persone di ruoli, di difese, di orpelli di maschere, quali quelle che indossa nel proprio quotidiano il benestante o la persona affermata e riconosciuta, più per il suo ruolo che per il suo essere.
Al contrario il politeismo storico e quello che, come fenomeno culturale, si esprime nella forma del neo-politeismo o neo-paganesimo, può di fatto alimentare atteggiamenti e comportamenti di violenza e di sopraffazione del diverso, in quanto la devozione alla propria divinità fa sì che essa venga ritenuta superiore a quella degli altri, che sarebbero da combattere e sconfiggere, perché si affermi la supremazia del proprio dio sugli altri dei, della propria nazione, della propria razza, della propria cultura, della propria simbologia sulle altre. La stessa esibizione di simboli religiosi e perfino cristiani, che spesso si esprime nei termini di ostentazione strumentale, piuttosto che espressione di identità, rischia di alimentarsi per carenza di convinzione e di autentico radicamento della fede che si ritiene di professare.
Chi ha paura dell’ alterità, del dialogo e dell’ accoglienza mostra una profonda insicurezza  e un radicato egoismo, che nulla ha a che vedere con la fede nel Dio unico, tanto più se si tratta del Dio di Gesù Cristo, che raccoglie in sé, unitamente all’ unità della natura, l’ alterità delle persone, tenute insieme dal vincolo di un amore assoluto, che il cristiano è chiamato a vivere ed esprimere nella propria esistenza.