venerdì 4 ottobre 2013

Commento al Vangelo


Lc 17, 5-10: La fede dei servi senza pretese

In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». 
Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sradicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? 
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Nella cornice teologica e letteraria del “viaggio” verso Gerusalemme (Lc 9,51-19, 27), Luca raccoglie istruzioni ed episodi diversi, che hanno soprattutto l’intento di formare i discepoli a seguire concretamente la via di Gesù, capendo il senso di un’esistenza appassionata per le “cose del Padre” (Lc 2,49), che si traduce in un’esistenza totalmente dedicata ai fratelli, soprattutto a quelli lasciati ai bordi della strada (cfr. Lc 10,29-37).

In particolare, nei versetti che precedono il nostro testo (Lc 17,1-4), Gesù mette in guardia i discepoli dall’essere di inciampo con la propria condotta (o, come dice l’evangelista, dal creare “scandalo”) a chi è piccolo, cioè fragile, debole, indifeso. Le parole sono dure: “guai” a colui che diventa ostacolo anziché compagno di viaggio, pietra di inciampo anziché sostegno nel cammino.
Ma cadere, sbagliare direzione o bersaglio (questo significa “peccare”) è sempre possibile. Per continuare il cammino occorre che reciprocamene ci aiutiamo a rimetterci in piedi, rinnovando fiducia a noi stessi e agli altri.
E’ il perdono reciproco, fino a sette volte al giorno (Lc 17,4), fino a settanta volte sette (Mt 18,22), ovvero sempre, che rimette ognuno di noi sulla strada della vita e della sequela di Gesù e che è banchetto in cui si partecipa del perdono divino.

Tutto questo, per i discepoli e per noi, ha un sapore molto esigente, perché spesso nel cammino della vita vogliamo “seminare” gli altri, lasciarli dietro di noi, per sentirci degli arrivati, dei perfetti, i migliori, mai bisognosi di perdono e incapaci di donarlo agli altri.
I discepoli sono consapevoli di non riuscire a tenere il passo con le solo proprie forze ed esprimono una preghiera accorata, che è anche segno di buona volontà: “Accresci la nostra fede” (v.5), così potremo seguirti!

Luca mette la risposta in bocca al “Signore” ovvero all’uomo Gesù che ha portato a compimento il suo cammino, percorrendolo fino alla fine, fino a quando il Dio a cui si è affidato giorno dopo giorno gli ridarà una vita piena.
“Se avete fede quanto un granellino di senape” anche un gelso dalle radici possenti e profonde può essere sradicato e piantato nel mare (cfr. v.6). Dire che anche l’ordine del creato può essere modificato, vuol dire che nulla è impossibile. Non nel senso che si facciano cose portentose o miracolistiche (nemmeno Gesù ha sradicato gelsi per piantarli nel mare!), ma nel senso che nulla ci incatena, nulla ci impedisce di rimetterci continuamente in piedi e di incamminarci sulla via segnata da Gesù.

La sua risposta però sposta l’accento: non è una questione di quantità (poca fede, tanta fede), ma di autenticità. La fede non si misura.
Non si può inserire anche nel rapporto con Dio la logica della quantità, della misurazione, una logica che è alla base della teoria della remunerazione, del “do ut des” (ti do qualcosa affinché tu mi dia in contraccambio altro). Gesù in molte occasioni ha tentato di scardinare questa logica di mercato (cfr. Lc 18,9-14; Mt 20,1-16; Mc 12,38-44; ecc.), perché  la crescita del Regno (anch’esso paragonato a un granello di senape) sfugge alle nostre misurazioni, e perciò anche alle nostre manipolazioni e al nostro possesso.
Allo stesso modo la fede, che è il movimento della nostra adesione a Dio e al suo Regno, non è qualcosa che si possiede e si quantifica, non è un insieme di certezze rassicuranti, un tesoro da accrescere e da presentare a qualcuno perché lo soppesi e lo premi. E’ un movimento, un atto della persona, è il gesto di fidarsi ed affidarsi.
Loro chiedono: aumenta la nostra fede. Gesù risponde: Vivete la fede, affidatevi.

La fede è un atto che ci mette davanti a Dio, liberi e disponibili a lavorare per il Regno, senza nessuna pretesa di salario o di ricompensa.
E’ il senso della parabola che segue (vv. 7-10). Gli ascoltatori sono invitati a mettersi dapprima nei panni del padrone: “Chi di voi avendo un servo…”.
Nessun datore di lavoro (immagine usata anche altrove per indicare Dio) penserebbe di esonerare il servo dai compiti che deve svolgere in casa per il fatto di aver lavorato tutto il giorno nei campi. Il  padrone non ha un debito di gratitudine verso il suo servo, perché egli ha semplicemente svolto la sua mansione.
Qui viene assunta come metafora la situazione sociale tipica di quel tempo, senza esprimere su di essa alcun giudizio morale.

Ma l’accento della parabola non sta nel comportamento del padrone (come in Lc 12,37). E infatti l’applicazione della parabola al v. 9 invita gli ascoltatori ad adottare la posizione del servo”Così anche voi quando avete fatto tutto quello che vi è stato comandato, dite: Siamo servi senza utile”. Il termine plurale greco “akreioi” ha un’alfa privativo rispetto a un termine che indica coloro che hanno diritto a un salario. Quindi: servi senza rivendicazioni, senza pretese, che non cercano un utile o una ricompensa. Non già: che non servono a niente!

La tradizione ebraica è illuminante in questo senso: “Antigono di Sokhò soleva dire: Non siate come quei servi che assistono il padrone allo scopo di ricevere una ricompensa. Siate bensì come quei servi che assistono il padrone senza lo scopo di ricevere una ricompensa” (Avot I,3)

Siamo servi che di nulla hanno bisogno se non di essere ciò che sono: veri servitori, servitori del Regno, del sogno di Dio a favore di tutti, a partire dai più poveri.
Misura della fede è essere servo, servo anche dell’ultima ora (Mt 20,1-16) ma senza pretese.
Questo ci tiene sulla via: servire il suo Regno anche se tarda, fidarci del suo amore anche se sembra assente, lottare per la giustizia, amando il vangelo più dei risultati del nostro servizio.

Dorina e Fiorenza

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