martedì 15 ottobre 2013

La minaccia immaginata


Quando si arriva in un ambiente nuovo, lavorativo o meno, ci si sente a disagio, in tensione, ci si sente osservati/e. Penso sia normale, c'è la curiosità dei primi giorni, l'apertura a nuove esperienze e la diffidenza che sotto sotto serpeggia perché non ci si fida degli sconosciuti. Poi il ghiaccio si rompe ed ecco che si costruiscono rapporti, ci si scontra e confronta e si raggiunge la nostra posizione e si costruisce la nicchia, il nostro porto sicuro. 
La domanda è: in un ambiente maschile, dove a fatica si rimane e ci si difende da dinamiche di cameratismo e preconcetti vari, come mai alla notizia dell'arrivo di un'altra donna, invece di esultare perché finalmente si avrà una “spalla”, lì per lì si percepisce il rischio di essere messa da parte? 
Dinamica mentale da donna direi ma penso sarebbe lo stesso se i ruoli fossero invertiti e quindi arrivasse un uomo nuovo in ambiente prettamente femminile. Cosa ci fa essere così insicuri/e? Stare da sole è pesante e difficile, una collega potrebbe dare una mano, solidarietà, spunto per nuove iniziative. E invece questa sensazione non molla, una sorta di disagio che lascia strascichi fastidiosi. 
Allora si aprono le orecchie e si iniziano a sentire i commenti dei colleghi che, invece di chiedere quali siano le qualifiche della collega che arriverà, facendo gruppo compatto si interessano solamente di aspetto fisico e misure. Forse ci si sente sminuite? Si sa però che la novità attira sempre. E le doti già più che verificate non sono né sminuite né soprattutto minate dall'arrivo di una nuova collega. Ma l'idea prende forma e si mette a fuoco, la si vede come rivale. Ma rivale di chi? Perché poi? Diversi livelli di preparazione, diverso bagaglio culturale, differenza di età ma, soprattutto, di esperienza. Non c'è proprio paragone. Ma la luce che si scorge negli occhi degli ometti sempre più curiosi, fa comprendere che la questione è personale e non professionale. Nessun problema al lavoro, ci si sente “minacciate” dalla donna e non dalla collega. Questa magari, poverina, è animata dai migliori propositi e invece qui si sta costruendo una muraglia. 
La mente della donna è davvero un bel mistero a volte, si fanno battute/complimenti per la nostra capacità di essere multitasking ma alla fine tanto spreco di energie dico io. Non si può aspettare di vedere chi sia la persona in questione? Capire che tipo sia e che intenzioni abbia? Se noi fossimo “quella nuova” saremmo sulla difensiva, insicure e risentite per questo giudizio affrettato che tutti si premurano di formulare. Siamo così pronte a difenderci che attiviamo le nostre difese anche quando non serve. Quindi comprendiamo che la lamentela del ”sono sempre sola a fare tutto questo lavoro” alla fine è una richiesta di attenzione più che di aiuto vero e proprio. E l'aiuto lo vogliamo dagli ometti che, con tempo e fatica, hanno imparato a conoscerci e apprezzarci come colleghe e scoprirci come donne, con difficoltà e debolezze.
 Una nuova collega vorrebbe dire perdere queste attenzioni e forse, a torto, linfa vitale. Una donna basta e avanza a se stessa, lo dimostra ogni volta che esce da una situazione difficile e anche quando fallisce, ha risorse illimitate ma magari inutilizzate forse perché solo nascoste o ancora sconosciute. La società non aiuta, si sa. 
La donna è oggetto, è velina, è escort, è svestita e magari pure stupida. Se siamo già insicure di nostro, sfido io a trovare spunto per una crescita personale leggendo quotidiani o vedendo la televisione. Basterebbe andare oltre le apparenze e gli stereotipi, ma per questo serve lucidità e coscienza della propria posizione nel mondo, non tutte ne hanno a sufficienza. Chiaramente questo è un discorso, come ogni ragionamento che si può fare in merito, decisamente di parte e generalizzato. 
Non tutte le donne sono né si sentono così. E meno male aggiungerei. Fede è anche fiducia e di questo ne avremmo davvero bisogno.

petrablu

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