domenica 17 novembre 2013

Affido a coppia gay

BOLOGNA - Anche il padre, rientrato dall’estero dove vive e lavora, ha detto sì all’affidamento della sua bambina alla coppia gay. La mamma, una donna di 31 anni in gravi difficoltà, seguita da tempo dai servizi sociali di Parma, era già d’accordo. Il padre però era lontano e la sua mancata audizione era finita tra i motivi per cui la Procura minorile aveva impugnato il decreto del giudice tutelare della città ducale Luca Agostini, che il 2 luglio scorso aveva dato via libera all’affidamento della bimba, tre anni appena compiuti.
L’obiezione è stata superata la scorsa settimana dal Tribunale dei Minori di Bologna presieduto dal giudice Giuseppe Spadaro, relatore il collega Mirko Stifano, che ha emesso il provvedimento. Una decisione storica, senza precedenti noti, di cui ha dato notizia ieri il Corriere di Bologna. I due omosessuali, 42 e 43 anni, conoscono la bimba dal 2011. La mamma abitava vicino a loro. Si erano accorti dei suoi problemi, avevano intrecciato un rapporto con la piccola e fin da allora si erano offerti ai servizi sociali come possibili affidatari. Nel dicembre 2012 gli assistenti sociali di Parma hanno constatato le difficoltà della mamma, che ha anche un’altra figlia piccola, e li hanno chiamati.
I servizi hanno fatto la loro istruttoria, nove colloqui e una visita all’abitazione della coppia. E il 18 febbraio la bimba è andata a stare dalla coppia: l’affido eterofamiliare è stato disposto dal responsabile Welfare e Famiglia del Comune di Parma, William Sgarbi. La legge chiama il giudice tutelare a rendere esecutivo il provvedimento e così è accaduto a luglio. Il giudice Agostini ha rilevato «l’assenza di una precisa definizione legislativa volta a escludere un nucleo composto da persone dello stesso sesso dal concetto di "famiglia" rilevante ai fini dell’affido», nonché di «qualsivoglia richiamo al matrimonio», diversamente da quanto avviene per l’adozione riservata alle coppie sposate.
La legge, osserva il giudice, richiede solo «una situazione di fatto paragonabile al contesto familiare sotto il profilo accuditivo e di tutela del minore; persino un nucleo consentito da due consanguinei del medesimo sesso». E «il fatto che i componenti del nucleo abbiano il medesimo sesso» non può «considerarsi ostativo all’affidamento di un minore», come stabilito a gennaio dalla nota sentenza della Cassazione che ha affidato a una coppia di lesbiche la figlia naturale di una delle due: «Costituisce mero pregiudizio la convizione che sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale», ha scritto il giudice di Parma citando la massima della Suprema Corte. Il Tribunale ha confermato quelle valutazioni sulla base di un’ulteriore istruttoria, senza dilungarsi sul tema sensibile della genitorialità gay. Se la legge ammette l’affido a single, cioè a famiglie cosiddette monoparentali, certo non lo vieta alle coppie non sposate, né ai nonni, agli zii o a una coppia di uomini che la piccola ormai chiama «zii».
Nessun pericolo, secondo i giudici, per l’assenza di figure femminili. Anzi la piccola, benché conosca il padre, ha sempre vissuto con la madre e la sorella, anche in comunità. L’affidamento può durare due anni, qui il termine è fissato al 31 dicembre, ma il provvedimento può essere rinnovato.

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