martedì 24 dicembre 2013

Commento al Vangelo


Luca 2, 1-20 – Vi annuncio una grande gioia!

Per moltissimi cristiani il Natale è la festa più importante, anche rispetto a Pasqua e Pentecoste.
In realtà i racconti della nascita occupano una parte assai limitata all’interno del Secondo Testamento.
I “vangeli dell’infanzia” che li contengono, si riducono infatti ai capitoli 1-2 del vangelo di Luca e ai capitoli 1-2 del vangelo di Matteo, due racconti peraltro diversissimi con pochissimi punti in comune.
Sembra proprio che per i primi cristiani l’evento della nascita di Gesù non fosse decisivo per la fede in lui. Si poteva credere in Gesù, seguirlo, senza affermare nulla o quasi nulla sulla sua nascita.
I vangeli dell’infanzia non sono resoconti storici, ma racconti metaforici, teologici, che vogliono esprimere le convinzioni delle prime comunità cristiane sulla rilevanza e grandezza di Gesù.
Per molti personaggi diventati famosi è accaduto lo stesso: solo in un secondo momento viene redatto il racconto della loro nascita, spesso con tratti strabilianti e fantastici, per trasmettere l’idea che questo personaggio è stato grande in tutta la sua vita e che già nell’inizio della sua esistenza era racchiuso tutto ciò che avrebbe detto e fatto in seguito.
In effetti i vangeli dell’infanzia, all’interno dei loro libri, sono una sorta di sintesi di ciò che verrà sviluppato nel corso dell’intero vangelo, compreso il mistero pasquale. Tutto viene riportato all’inizio, come se tutto fosse stato chiaro dal primo momento.
Se queste annotazioni di tipo teologico e letterario ci aiutano a non chiedere a questi testi informazioni di tipo storico, non vuol dire che non possiamo cercare in questo racconto un messaggio “vero” e importante per la nostra vita. Per fare questo dobbiamo tornare alla narrazione di Luca e osservare quali sono i protagonisti e come sono messi in relazione tra loro.

Le prime pennellate del racconto servono a creare il contesto storico e geografico, dapprima universale e poi sempre più ristretto e particolare. Al di là della precisione delle coordinate spazio-temporali, si vuole esprimere che ciò che sta per essere narrato riguarda la storia e non il mondo delle idee, entra nella storia, quella storia in cui ci muoviamo e che costruiamo con le nostre scelte, anche se poi – oggi come allora – viene ricordata solo per i nomi dei potenti di turno.
Il potere dell’imperatore si espande con i suoi tentacoli e attraverso i governatori e gli eserciti ha la pretesa di coprire “tutta la terra”. Agisce attraverso azioni impositive, attraverso decreti e ordini, chiedendo l’obbedienza di tutti. Tutti andavano a farsi registrare (v. 3), sottoponendosi a un censimento che non aveva il fine di individuare i bisogni e la condizione di vita reale, ma mirava soprattutto a quantificare le entrate dello stato attraverso le tasse.
Cesare Ottaviano fu il primo imperatore di Roma (27 a.C. – 14 d.C.) e ottenne il titolo di Augusto, degno di venerazione, perché riuscì ad accrescere la ricchezza e la floridezza di un impero immenso. Augusto ha rivendicato per sé il dono della pacificazione dell’impero (la “pax augustea”) e gli ascoltatori di Luca sanno bene che i titoli “Cristo” (Unto), “Signore”, “Salvatore” sono usati per parlare dell’imperatore e per evocare il suo potere.
Questo è lo sfondo su cui viene descritto con pochi tratti la nascita di un bambino, su cui si concentra in seguito tutta l’attenzione.
Si dice che nasce nella città di Davide, informazione teologica più che storica, per sottolineare come questo bambino racchiuda in sé tutte le promesse messianiche.
Di questo bambino si dice per tre volte che giace “in una mangiatoia” (vv. 7.12.16). Questa triplice ripetizione scandisce l’articolazione del racconto in tre parti.
La prima (vv. 1-7), essenziale, scarna, è la descrizione dell’evento, che sullo sfondo dei riferimenti all’imperatore e al suo potere appare quasi insignificante.
La seconda, quella centrale (vv. 8-14) è l’annuncio dell’evento e la sua interpretazione.
La terza (vv. 15-20) è la verifica dell’evento: i pastori vanno, vedono e diventano a loro volta annunciatori.
Questi tre momenti appartengono al cammino di fede di tutti noi: all’origine c’è un evento, qualcosa che è accaduto, ovvero l’evento-Gesù, la sua vita, il suo messaggio, la sua morte e resurrezione; poi c’è la conoscenza attraverso l’annuncio, attraverso la parola, che sempre deve condurre alla verifica personale, al fare esperienza di quello che si è udito.
Il cuore del racconto è l’annuncio rivolto ai pastori, persone che nella società del tempo erano ai margini, per la vita che conducevano, che li rendeva impuri, estranei alla vita cultuale e religiosa del loro popolo. Loro, emarginati, esclusi dai riti e quindi dai “meriti”, poveri, sono nella narrazione i destinatari della buona notizia (v. 10), che non è questa volta l’arrivo dell’imperatore o la promessa della sua protezione, ma l’arrivo di un salvatore altro, diverso, avvolto in fasce e non in abiti lussuosi, che giace in una mangiatoia perché non chiede il cibo tuo e dei tuoi animali per riempire i suoi magazzini, ma si dà come cibo.
L’angelo, il messaggero del Signore è la raffigurazione plastica di quella che è la prospettiva di Dio in questo racconto, una prospettiva portatrice di luce avvolgente (v. 9) ovvero di vita piena: Dio è dalla parte dei poveri e degli esclusi; le prerogative della politica imperiale (la pace, la gloria, la buona notizia della sua venuta) e i titoli del potere imperiale sono sottratti ad Augusto e sono attribuiti a un bambino, a un piccolo, a chi – ancora una volta – nella società non conta.
E’ evidente la contrapposizione tra due poteri, quello di Augusto e quello di Gesù.
Tutto il vangelo (qui anticipato) sarà appunto lo svelamento di Gesù come vera buona notizia per gli esclusi, come vero liberatore - oggi - da tutte le forze tiranniche che incutono paura (“non temete”, v. 10), come testimone autentico e credibile del sogno di Dio, che è il suo regno ed è il capovolgimento dei poteri mondani e delle loro grandi statue dai piedi di argilla.
Gesù è il “segno” (v. 12), piccolo, apparentemente inadeguato (cfr. Gv 1,46 “da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?”), come ogni segno facilmente equivocabile, estraneo alle logiche di potere e ai canoni religiosi ufficiali, che va accolto con una decisione personale: “vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere” (v. 15). Dopo aver udito occorre andare a vedere, come i pastori e come Zaccheo (Lc 19,3) , toccare con mano come la donna che perdeva sangue (Lc 8,44) , fare esperienza diretta come Tommaso (Gv 20,25), seguire la via e mangiare con Gesù come gli uomini e le donne che erano con lui (Lc 8,1-3).
Natale nei racconti di Luca (e di Matteo) è soprattutto questo: una sintesi densa e anticipatrice di quella che sarà la narrazione successiva su Gesù, che mi è donata come buona notizia vera, reale, da  accogliere nella logica del segno e da sperimentare qui e ora, oggi, nella mia storia personale, dove continuamente sono chiamata a scegliere quale “signore” seguire e quale gioia cercare, per rispondere alla “benevolenza di Dio” (v.14).  

Dorina e Fiorenza

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