domenica 16 febbraio 2014

Commento al Vangelo


          NEL NOSTRO VIVERE QUOTIDIANO

( Matteo 5,43-48)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: "Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti.
Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?
Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste".

Il capitolo quinto del Vangelo di Matteo elenca un crescendo impressionante di imperativi sotto forma di antitesi. Già il mantenere la calma nei momenti di scontro (versetti 21-26) e il rinunciare alla rivincita ( 38-42) costituiscono una richiesta dura e difficile.
Ora ci è addirittura richiesto di amare quelli che ci odiano e ci fanno del male. “Nei secoli delle persecuzioni, gli scrittori cristiani si richiamarono spesso al fatto che i fratelli e sorelle amavano i loro persecutori e pregavano per loro” ( Douglas R.A. Hare). E’ assai probabile che i membri della “comunità” di Matteo fossero cordialmente odiati ed esposti alla medesima tentazione di odiare i persecutori nel frastagliato mondo giudaico e romano. Il “comando”ha quindi un possibile retroterra storico.
Del resto la questione dell’amore dei nemici è ben presente nel Primo Testamento e nelle origini del movimento di Gesù.
Va subito annotato che l’aggiunta di Matteo “e odierai il tuo nemico” (v. 43) non compare in nessun altro testo del Primo Testamento. Essa non è una sua menzogna o una sua smemoratezza, ma la sua libertà per costruire l’antitesi e dare così rilievo  al messaggio presentandolo come una novità.
Secoli prima di Matteo il libro dei Proverbi recitava così” Se il tuo nemico ha fame, dagli del pane da mangiare; se ha sete, dagli dell’acqua da bere. Così radunerai dei carboni accesi sul suo capo e il Signore ti ricompenserà” (Pro 25, 21-22). ( I” carboni accesi” possono essere non la “cifra” del giudizio di Dio, ma un forte invito a mettersi in cammino verso il perdono). La parola di Matteo trova eco in un autorevole scritto delle origini cristiane: “ Ma voi amate coloro che vi odiano e non avrete alcun nemico” (Didachè 1,3).
I Testamenti biblici sono pieni di richiami al perdono in un crescendo fino al perdono dei nemici, il punto più alto dell’amore

VENENDO A NOI
Se devo essere sincero, la prassi del perdono mi sembra oggi presentarsi in vesti diverse.
Se parto da me, è difficile che possa individuare dei nemici personali che odio. Altra cosa sono gli avversari politici, ma è un “capitolo” diverso.
La lotta politica e culturale non è odio. Moltissimi uomini e donne da secoli lo hanno imparato. Lottano  per amore.
Nella dimensione della mia vita quotidiana la richiesta di Gesù oggi mi sembra da collocare in un contesto diverso non meno impegnativo.
Il punto in cui trovo più difficile “attualizzare” per me la prassi della relazione accogliente senza esclusioni, non è l’odio o l’estraneità o l’indifferenza.
Il punto più dolente per molti e molte di noi sta nell’impostare relazioni in cui ci sia totale trasparenza, semplicità, aiuto reciproco. Sovente dentro una comunità, un gruppo di volontariato, un’esperienza di monastero, un comitato….ci sono più tensioni, più “incomprensioni”, più opacità, più prevaricazioni, più punzecchiature di quanto si possa pensare o di quanto la bella “sigla” lasci intendere.
Certi spazi o luoghi in cui continuamente si ribadiscono la convivialità delle differenze e la regola del mettersi accanto senza giudicare, possono diventare soffocanti, aldilà delle ottime intenzioni delle persone.
Ci deve essere un “guasto”nell’impianto, più che un deficit di amore nelle persone. Là dove l’ambiente si fa piccolo, manca l’aria. Sovente è proprio l’amore dei vicini prossimi che è il più difficile. In essi spesso pesa l’abitudine, la routine, il fatto che ritornino i soliti pensieri e atteggiamenti, un certo logoramento dei rapporti, tanti piccoli eventi che allentano il calore dell’amicizia, alcune delusioni, alcuni fraintendimenti, alcune aggressività…

Credo che l’esortazione matteana sia oggi estremamente preziosa e ci solleciti a “risanare” le nostre relazioni nei limiti del possibile, consapevoli della nostra creaturalità e delle nostre ferite.
La stessa espressione “Siate perfetti…” può scatenare un senso di colpa, se ci misuriamo con la perfezione di Dio.
Si tratta, invece, di un invito a non mollare il cammino verso il perdono e i buoni rapporti, senza mettere tra parentesi la propria libertà e responsabilità.

VERSO UN AMORE PIU’ INCLUSIVO
Le nostre esperienze di ieri possono esserci preziose per il domani. Se diventiamo più consapevoli dell’amore con cui Dio ama noi, se ci riconosciamo come persone da Lui perdonate, allora più facilmente avremo trovato la forza per amare e perdonare di “cuore”. Così pure, se non riconosciamo che tante volte abbiamo avuto bisogno del perdono degli altri, saremo prigionieri dei nostri risentimenti.
Ma guardiamoci da quel perdonismo che comporta un atteggiamento “buonista”, che evita i conflitti e fugge ogni dissenso.
Avere il coraggio di affrontare i conflitti e di mantenere il dissenso, quando ce lo domanda la coscienza, quando non facciamo opposizione per noi o i nostri interessi,può essere un’altissima forma di amore.
Anche il resistersi a viso aperto, con sincerità e mansuetudine, può aiutarci a crescere nell’amore e nel perdono.
Non ci è chiesto di essere “amici” di tutti, ma di comportarci da fratelli e sorelle di tutti. Resteranno sempre i “gusti “ diversi, le tensioni create dalle diverse sensibilità..,ma questo non ci sottrarrà a quella pratica di accoglienza reciproca che è il cammino di tutta la vita.
Ma il punto di partenza va ricordato sempre: siamo creature che vivono  immerse nel perdono di Dio e degli altri. Senza la pratica del perdono diventiamo prigionieri della nostra solitudine.
don Franco 

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