sabato 22 marzo 2014

Commento al Vangelo


GESU’, LA DONNA, IL POZZO
(Giovanni 4, 5-54)
5Giunse così a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: 6qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. 7Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». 8I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. 9Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. 10Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». 11Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? 12Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». 13Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; 14ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». 15«Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». 16Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». 17Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. 18Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». 19Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! 20I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». 21Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. 22Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. 23Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. 24Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». 25Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». 26Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».
27In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». 28La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: 29«Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». 30Uscirono dalla città e andavano da lui.
31Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». 32Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». 33E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». 34Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. 35Voi non dite forse: “Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura”? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. 36Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. 37In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. 38Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica».
39Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». 40E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. 41Molti di più credettero per la sua parola 42e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».
43Trascorsi due giorni, partì di là per la Galilea. 44Gesù stesso infatti aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella propria patria. 45Quando dunque giunse in Galilea, i Galilei lo accolsero, perché avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme, durante la festa; anch’essi infatti erano andati alla festa.
46Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafàrnao. 47Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e gli chiedeva di scendere a guarire suo figlio, perché stava per morire. 48Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete». 49Il funzionario del re gli disse: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». 50Gesù gli rispose: «Va’, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino. 51Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i suoi servi a dirgli: «Tuo figlio vive!». 52Volle sapere da loro a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un’ora dopo mezzogiorno, la febbre lo ha lasciato». 53Il padre riconobbe che proprio a quell’ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive», e credette lui con tutta la sua famiglia. 54Questo fu il secondo segno, che Gesù fece quando tornò dalla Giudea in Galilea.
Talvolta nel Vangelo di Giovanni troviamo pagine lunghe e ripetitive ove diventa assai difficile, specialmente nei cosiddetti discorsi, trovare il centro. Qui il racconto si snoda per un intero capitolo, ma è animato dalla comparsa di cinque soggetti che rendono il tutto avvincente e coinvolgente.
Intanto, è evidente che il dialogo tra Gesù e la donna samaritana, come l’intero capitolo, è opera dell’evangelista che costruisce questa “conversazione” per trasmetterci quel preciso messaggio che Gesù aveva incarnato nelle sue relazioni e con le sue scelte là nei sentieri  dei villaggi. Dunque: osserviamo il testo. Le “comparse” principali sono Gesù, la donna di Samaria, i samaritani, i discepoli, un funzionario di corte.
Il brano ha il suo centro nel fatto che, mentre i discepoli sono chiusi ed ottusi, Gesù vive all’ennesima potenza la sua prassi profetica di amore totalmente inclusivo.
Egli ha davanti a sé una donna, di dubbia moralità e, per giunta, scismatica. Con questa donna Gesù ha uno scambio profondo, un dialogo in cui cade ogni preclusione di genere, di razza, di cultura, di religione.
Non solo, ma è questa donna “impura”che, aprendo totalmente il suo cuore al messaggio di Gesù, diventa una appassionata e convincente missionaria. Come se non bastasse, il Gesù che è reduce da una ricorrente sordità nella sua patria, qui trova molti credenti nella città della  Samaria. Dunque qui cade un’altra barriera.
Ma l’evangelista insiste, non a caso, tanto da fare una vera e propria collezione di personaggi impuri. Dopo la donna del pozzo, dopo i samaritani, compare un funzionario regio, un pagano e collaborazionista . Gesù non si tira indietro, lo ascolta, si occupa del figlio malato.
Davvero il quadro è provocatorio. L’evangelista, riprendendo la memoria storicamente sicura del comportamento di Gesà, la propone alla sua comunità in cui esisteva la tentazione di creare steccati o esclusioni. I discepoli sono ben dipinti nei panni di chi era molto legato al pregiudizio e faceva fatica ad aprirsi.
Essi avevano i loro schemi in cui le donne,i samaritani e gli stranieri spesso godevano di una considerazione minore o addirittura nulla. Ma la provocazione non finisce qui. Giovanni riprende l’insegnamento dei grandi profeti e di Gesù: la disputa non è più tra il culto di Samaria e quello di Gerusalemme, ma tra chi adora Dio in spirito e verità: “Dio è spirito. Chi lo adora deve lasciarsi guidare dallo Spirito e dalla verità di Dio” (v. 24). Fin qui il nostro commento scorre con una sua interna coerenza.
UNA STRAORDINARIA CONCRETEZZA
Ma una attenzione storica più documentata svela altri particolari.
Facciamo un passo indietro.  Gesù parla con  questa donna a Sicar, presso il pozzo di Giacobbe. L’ubicazione del pozzo del patriarca è in territorio nemico: “Il pozzo presso cui Gesù e la samaritana discorrono è situato nel bel mezzo di un popolo che, a partire dalla distruzione del suo tempio sul monte Garizim nel 128 a.C.e della città di Sichem nel 109 a.C., era stato considerato dagli ebrei una “popolazione aliena”. “La situazione peggiorò decisamente dal 300 al 100 quando vennero chiamati non più “samariti”, ma samaritani”.( Gerard Sloyan, pg 76), in una accezione chiaramente spregiativa.
La comunità giovannea è ben conscia del disprezzo che era riservato a chi si mescolava con i samaritani. Ma chi erano quei “molti samaritani che credettero in lui a motivo della testimonianza di quella donna”? Che cosa era successo in questa comunità? Con tutta probabilità in questa comunità , tra difficoltà e contestazioni, tra diffidenze e aspre critiche dei giudei osservanti, i seguaci di Gesù avevano accolto il “nemico” samaritano. L’Autore del Vangelo tende a spiegare e a “legittimare” le origini di una sensibile componente samaritana in seno alla comunità. “Questa è chiaramente la ragione prima dell’inclusione dell’episodio nel nostro Vangelo” ( Gerard Sloyan, Giovanni, Claudiana, pag. 78).
Da una parte la comunità giovannea, per superare l’ostilità del mondo giudaico, riconosce che “la salvezza viene dai giudei” (v.22), ma subito dopo afferma un tempo nuovo in cui non ha più senso contrapporsi.
Quale gigantesco passo di accoglienza  propone questa pagina del Vangelo… Qui non si tratta più semplicemente di una accoglienza aperta al diverso, ma di una convivenza comunitaria con chi veniva percepito come il nemico plurisecolare, irriducibile, nel tempo in cui la tensione aveva raggiunto il punto più alto.
PER NOI OGGI
La pagina conserva tutta la sua forza provocatoria per noi oggi. Allargare il cuore, l’amore e le relazioni costruttive oltre i nostri pregiudizi e oltre i nostri territori religiosi costituisce uno dei cardini della sequela di Gesù, una conversione mai compiuta in ciascuno/a di noi.
Ma per la nostra chiesa bisogna decisamente fermarsi al pozzo di Sicar e dialogare. Gesù e questa donna  costituiscono per me il paradigma di una chiesa che si converte al dialogo. Si tratta di una chiesa che “stanca del viaggio” si ferma per ascoltare, per dialogare, per accogliere l’acqua dalle mani di donne e di uomini della strada. Si tratta di convertirsi allo scambio perché dentro questo scambio davvero riemerge “il dono di Dio” e il desiderio dell’acqua viva.
“E’ giunto il momento” di rompere certi indugi e di testimoniare che noi cristiani non abbiamo nulla da offrire al mondo se non questa acqua viva che zampilla senza fine: adorare Dio ed essere testimoni del Suo amore nel mondo, sulla strada concreta del Gesù degli ultimi, disarmato e appassionato profeta di giustizia.
don Franco Barbero

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