venerdì 28 marzo 2014

Commento al Vangelo


(Giovanni 9, 1-41)
In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». 
Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so».
Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!».
Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».


Il racconto della guarigione del “cieco nato” è presente solo nel Vangelo di Giovanni; è un brano lungo, estremamente complesso e vivace con più personaggi che entrano in scena.
Gesù era salito al Tempio per la festa di Sukot o delle Capanne. Sukot è la festa gioiosa del raccolto e del ringraziamento, ma soprattutto il ricordo del soggiorno di Israele nel deserto durante l’esodo.
Durante la festa a Gerusalemme il sommo sacerdote scendeva in processione nella piscina di Siloe per attingere l'acqua lustrale per l'altare.
Il miracolo vero e proprio è descritto in modo semplice e chiaro nei versetti 1 e 6-7.  E’ Gesù che prende l’iniziativa contrariamente a quanto avvenuto per le guarigioni del cieco di Gerico (Mt 20, 29-34; Mc 10, 46-52; Lc 18, 35-43) e del cieco di Betsaida (Mc 8, 22-26) nelle quali l’intervento è stato sollecitato.  Gesù compie dei gesti un po’ magici, mette fango e saliva sugli occhi del malato e lo manda alla piscina di Siloe a lavarsi. A questo punto avviene la guarigione.  Il cieco, guarito, non ritorna subito a ringraziare, è Gesù che lo incontra nuovamente dopo che è stato cacciato dai Giudei.
Meier, nell’analisi critica del brano, dice che i versetti 1 e 6-7 rappresentano il nucleo originario o la versione più antica del racconto di un fatto veramente accaduto (Un ebreo marginale, vol 2, p. 832). Egli aggiunge che probabilmente la descrizione del dibattito e della controversia con i giudei è un’elaborazione secondaria, specchio delle problematiche e delle fratture della comunità di Giovanni con quella giudaica ed esprime il pensiero teologico giovanneo.
Il racconto delle discussioni con i giudei, i genitori e il cieco a prima vista sembra sollevare questioni che fanno parte di quel periodo storico e di quella comunità, ma in realtà conduce a riflessioni che riguardano anche noi, che ci chiamano in causa. Mi pare che nel racconto emergano alcuni punti su cui vorrei soffermarmi.

1.   “…chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?”. La discussione tra i discepoli sull’idea che la cecità sia causata da una punizione di Dio per le colpe della persona o della sua famiglia parte da una convinzione presente nel popolo ebraico e che si trova in alcune citazioni nel primo Testamento (es. Salmo 38). Anche oggi spesso sentiamo dire: “Cosa ho fatto per meritarmi questo?” oppure “Che cosa ha fatto un bambino perché debba essere punito con una grave malattia?”.  Sono espressioni dello sconcerto di fronte al dolore e alla sofferenza e della difficoltà di accettare i limiti della nostra creaturalità. L’atteggiamento di Gesù induce a un radicale cambiamento di prospettiva: la cosa importante che possiamo e dobbiamo fare di fronte al dolore è innanzitutto quella di rispondere alla sofferenza e ai bisogni di chi è in difficoltà. Le frasi successive e l’espressione  “finché sono nel mondo, sono la luce del mondo” probabilmente sono da ascrivere alla redazione di Giovanni che si pone l’obiettivo di esaltare la figura di Gesù come “Figlio dell’Uomo” e fonte di luce e di vita.
2.   «Quest'uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato» Viene riproposto qui il problema dell’osservanza del sabato. Gesù si era formato in un contesto religioso di ispirazione farisaica, tra gente devota, fedele alle leggi, ai riti e alle pratiche. Però aveva capito che le ritualità hanno in sé poco o nessun valore se non contribuiscono alla crescita morale e spirituale delle persone. Da questa certezza gli derivava la libertà di vivere secondo le proprie convinzioni e talora di agire contro la tradizione anteponendo l’amore per i fratelli all’osservanza delle pratiche. “Le autorità religiose pretendono di essere luce del popolo, ma, in realtà, sono accecate dalla loro dottrina che impedisce loro di vedere le azioni di Dio nella storia…Gesù va a recuperare fuori del tempio le persone ed opera  contro ogni sistema di emarginazione, di oppressione. Ci invita a mettere in moto un processo a favore degli uomini e delle donne, dove solo la persona sia al centro. Gli obblighi nei confronti di Dio sono importanti, ma non più dei doveri verso gli uomini” (Fredo Olivero). Quante volte ci sentiamo a posto perché partecipiamo a dei riti o seguiamo delle celebrazioni e non riusciamo a vedere i segni che ci stimolano ogni giorno a capire i bisogni di chi ci sta vicino.
3.   Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei” Nel racconto di Giovanni la discussione sul sabato appare non tanto una discussione teologica, ma piuttosto una scusa delle autorità per gettare discredito su Gesù. lo scontro con i giudei più conservatori si stava facendo sempre più acceso e molte persone che avrebbero potuto riconoscere Gesù come maestro e seguirlo erano trattenuti dal timore di essere espulsi dalle sinagoghe e dalla comunità. Gli stessi genitori del cieco, interpellati perché non si voleva credere alla testimonianza di quest'ultimo, erano terrorizzati e non volevano rischiare qualcosa prendendo le difese del figlio risanato.  Gesù veniva rifiutato perché non era un uomo appartenente agli ambienti del potere giudaico istituzionale ma soprattutto perché, forte della certezza interiore del messaggio di uguaglianza e fraternità che voleva portare agli uomini, non era mai sceso a compromessi con queste persone. I potenti sono spesso convinti di essere gli unici detentori della verità e di poter decidere da che parte si deve stare. Ci viene continuamente detto chi è un buon cattolico e chi no, cosa dobbiamo credere e quale è il comportamento morale che dobbiamo avere, senza tenere conto del cammino faticoso che ogni giorno ciascuno di noi deve percorrere per acquistare consapevolezza e avvicinarci a Dio e al messaggio di Gesù.
4.   Il racconto del miracolo del cieco nato, come i racconti delle altre manifestazioni straordinarie della vita pubblica di Gesù risentono della  visione cristologica di Giovanni e delle prime comunità.  I miracoli compiuti da Gesù sono definiti chiaramente da Giovanni come “segni”, “… segni portatori di significati profondi, atti di automanifestazione di Gesù, figlio di Dio, rivelatore del Padre al mondo, fonte di luce e di vita” (Barbaglio, Gesù ebreo di Galilea, p.247). Tutta la discussione dei giudei verte sulla difficoltà di riconoscere la fonte del potere di Gesù, viene messo in causa il demonio, lo si accusa di essere contro Dio perché non rispetta il sabato. Gesù non ha usato i suoi poteri per fare adepti o per sbalordire i suoi contemporanei, ma per alleviare le sofferenze altrui nell’ottica della sua visione del Regno attuando il progetto di Dio  “Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato”. Dice Ortensio da Spinetoli “I suoi prodigi e miracoli mirano a modificare le condizioni esistenziali degli uomini e non sono, come spesso è inteso, segni per un accreditamento della sua missione da parte di Dio.”
5.   Giovanni ci fa intravedere il cammino di conoscenza che ha effettuato il “cieco nato”. Il primo passo è un atto di fiducia, si lascia mettere il fango sugli occhi e va alla piscina a lavarsi. Riacquistata la vista non corre a ringraziare Gesù, ma interrogato si rende conto di essere coinvolto in un intervento straordinario e dice “è un profeta”. Solo nell’incontro successivo con Gesù ne comprende il messaggio e lo riconosce come Salvatore «Io credo, Signore!». E’ anche il cammino di ognuno di noi. Il primo passo non è nostro, è un segno, un essere toccati da Dio. I “segni” ci sono ogni giorno, il problema è essere disponibili a vederli: Dio ci parla attraverso gli avvenimenti, gli incontri, le storie delle persone, gli spettacoli della natura. Occorre saper riconoscere il segno, essere attenti e mettersi in moto verso la piscina con fiducia. Vedere la luce vuol dire capire più a fondo la strada per il Regno, e poi, lentamente, seguire il cammino di Gesù e aprirsi agli altri.

Vilma

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