giovedì 3 aprile 2014

Giocattoli .. di genere.

Nel 2012, Walmart lancia la linea di cosmetici “Geogirl”, diretta a bambine dagli 8 ai 12 anni. Nell’annuncio, spiega che: “Le bambine portano smalto per unghie e lucidalabbra, in colori tenui, a 3/5 anni, perciò è naturale che a 8 vogliano qualche piccolo miglioramento.”

Bagnasco per esempio, un uomo di fede che sa quando “contestualizzare” (come fece per i festini arcoriani e la nipote di Mubarak) purtroppo questa dittatura dei ruoli di genere socialmente imposti non l’ha vista, ma essa entra nelle vite delle bambine ben prima che costoro mettano piede in una scuola e persino prima che riescano a stare in piedi da sole. I concetti di “bellezza”, “trucco”, “auto-decorazione”, “auto-oggettificazione”, sono loro introdotti sotto forma di set da gioco quando non hanno più di 6 mesi.

La bimba nell’immagine sta maneggiando “My Pretty Learning Purse” che contiene oggetti imbottiti a forma di rossetto, braccialetto, specchio e chiavi; una prima versione aveva dei soldi imbottiti, la più recente ha una carta di credito. Pretty significa grazioso, bello. Learning vuol dire apprendimento. La borsa, inoltre, canta una canzoncina sui colori rosa e porpora. Cominciate a vedere cosa insegna? La versione per maschi di questo “giocattolo” ha la forma di una cassetta per attrezzi. L’apprendimento è rimasto, il grazioso è sparito. Gli oggetti imbottiti sono martello, cacciavite, sega, chiave inglese, e la scatola canta una canzoncina differente: “Andiamo al lavoro!”. Produttori diversi riproducono ossessivamente gli stessi concetti.


Può sembrare assurdo dividere maschi e femmine tramite i loro giocattoli, soprattutto quando sono così piccoli da non avere alcun concetto dei ruoli di genere. Ma proprio perché tali ruoli non hanno niente di naturale bisogna martellarli nelle coscienze il prima possibile. Inoltre, segregare i bimbi in ruoli di genere è anche un modo meraviglioso di vendere di più: se maschi e femmine possono condividere i loro giocattoli, genitori e parenti ne compreranno di meno.

Il messaggio della dualità è chiaro, spero. Gli uomini costruiscono cose, le donne si fanno belle e al massimo comprano le cose che gli uomini creano. E le case produttrici di giocattoli, dalle più famose alle meno conosciute, la pensano tutte così. E sono dello stesso avviso le case produttrici di indumenti per l’infanzia. I concetti profusi sulla stoffa parlano di “saloni di bellezza” e cosmetici. “Amo il mio rossetto rosa”, dice la magliettina di United Colors of Benetton, ideata per bambine di due o tre anni.

Quando le bambine crescono abbastanza per maneggiare cosmetici non di stoffa, eccoli pronti: ombretti, smalti, rossetti, lucidalabbra, postazioni da trucco.

I prodotti diretti alle femmine orientano e confinano l’attenzione di una bambina a se stessa, a come appare, a quanto piace: i suoi sforzi devono essere concentrati su questo; i prodotti diretti ai maschi, invece, orientano l’attenzione di un bambino verso l’esterno, dove le possibilità sono innumerevoli (esplorazione dello spazio fisico, comprensione di come gli oggetti interagiscono l’uno con l’altro) e incoraggiano il movimento.
Quando bimbi e bimbe vanno finalmente a scuola, le norme fondamentali dei ruoli loro imposti sono già state fissate, e una delle più comuni credenze sulla prima infanzia è già morta: quella che la indica come unico periodo in cui una creatura umana è veramente libera di lasciar correre la propria immaginazione e di vagare tramite il gioco fra le esperienze più disparate. E’ per questo che la principale forma di molestia per le bambine, a scuola, a partire dai sette anni è quella sessuale. Comincia come battuta o barzelletta o scherzo, e diventa via via più seria con il tempo, normalizzando l’oggettificazione delle donne: una volta cresciuti da bambini a ragazzi e poi a uomini, i bulli renderanno chiaro che non si aspettano un “no” come risposta da una femmina – non si tratta di una persona degna di rispetto, ma di un semplice oggetto per la soddisfazione dello sguardo e dei desideri maschili e in ragione di ciò un simile rifiuto per loro è inaccettabile.
In conclusione, il “genere” è un criterio di analisi (riconosciuto a livello internazionale) non una bestemmia. Il sesso si riferisce alle differenze anatomiche e biologiche tra uomini e donne; il genere si riferisce ai diversi ruoli che gli uomini e le donne adottano. Tali ruoli sono appresi, non iscritti in un codice genetico, sono attraversati da istanze culturali, economiche ed ambientali, e possono cambiare per i motivi più svariati. Il genere è la costruzione sociale dei rapporti sociali tra donne ed uomini: essere consapevoli delle questioni legate al genere, quindi, significa cercare di essere onesti, giusti, equi con donne ed uomini. Significa essere preoccupati che donne ed uomini, ragazze e ragazzi, bambine e bambini, godano in eguaglianza di diritti e opportunità. Non mi sembra così terribile il suo eventuale ingresso nelle scuole: uno dei risultati sarebbe permettere alle/agli studenti di sapere che ci sono più modi di avere identità e relazioni, e dare loro strumenti per conoscere e sperimentare in merito. 

Maria G. Di Rienzo, femminista, giornalista, formatrice e regista teatrale, è autrice del blog http://lunanuvola.wordpress.com


Ci sono molti modi di essere una bambina

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