venerdì 9 maggio 2014

COMMENTO AL VANGELO DOMENICA 11 MAGGIO

Giovanni 10,1-10
+ Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse: 
«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. 
Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». 
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 
Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Questo brano avviene subito dopo l’episodio del cieco nato con il quale Gesù si pone in forte contrasto con i Farisei e da loro qualificato come bestemmiatore. Questo brano odierno è la diretta replica di Gesù al ruolo rappresentato dai farisei nei confronti del popolo, sarebbe meglio leggerlo per intero fino al paragrafo 21 anziché fermarsi al 10, così è più completo e rende meglio l’idea di ciò che si vuole trasmettere.
In una società fortemente dedita alla pastorizia è logico che Gesù, parlando con una metafora alla persone, prenda ad esempio la figura del pastore, che tutti hanno sotto gli occhi e possono facilmente raffigurarsi.
Il lavoro del pastore, in quel tempo, era riservato alla feccia della società, i pastori erano considerati ladri ed assassini; non ci si poteva fidare di loro e da loro era vietato comperare direttamente latte o lana; il pastore lavorava per il proprietario del gregge a cui avrebbe dovuto dare tutto il dovuto. Probabilmente per questo motivo Gesù aggiunge l’aggettivo “bello” (tradotto buono) al nome pastore; Lui intende parlare di un pastore che si comporta correttamente con il proprio datore di lavoro, non certamente un ladro che lavora per il proprio tornaconto.
Mi sembra di potere interpretare che Gesù paragona i farisei ai pastori che lavorano per i propri interessi mentre Lui parla e si paragona al pastore che lavora onestamente e con amore sia verso il proprio datore di lavoro sia verso il gregge che gli è stato affidato.
Gesù paragona il pastore buono, quindi sé stesso, ad una porta tramite la quale le pecore possono passare da un recinto chiuso e delimitato verso un esterno aperto e non limitato, una porta spalancata verso la libertà di scelta e non verso le costrizioni che vengono imposte dal recinto.
Gesù dice che il buon pastore conosce le sue pecore ad una ad una, le chiama per nome, sa le loro caratteristiche, mi sembra di capire che in questa situazione ogni pecora possa parlare personalmente con il pastore e possa essere accudita ed indirizzata in modo singolo per la propria crescita ed il proprio personale sviluppo.
Gesù dice che il buon pastore è disposto a dare la vita per ognuna delle sue pecorelle, mi piace pensare che non dobbiamo fissarci che il dare la vita sia solo in senso fisico/estremo, ma anche una rinuncia a vivere propri stimoli o esigenze per seguire le necessità di chi ci è stato affidato vuole dire dare la propria vita e una mamma che segue positivamente la crescita del proprio figlio/a sa di che cosa parlo.
Gesù al paragrafo 16 ci dice che Lui ha anche altre pecore che non sono nell’ovile, ma Lui deve occuparsi anche di quelle e prendersene cura, come non vedere in queste parole e attualizzandole che non solo chi frequenta le funzioni ed è religiosamente corretto appartiene al gregge di cui Gesù si sta prendendo cura. Anche chi è stato messo fuori dal gregge o chi si è auto escluso ha diritto ad avere le stesse cure, le stesse possibilità, lo stesso amore degli altri perché il gregge è unico ed appartiene ad un unico proprietario anche se in certi momenti vari gruppi di pecore si possono trovare chiuse in vari recinti separati e difficilmente comunicanti tra loro. Molto bella questa espressione di Gesù nella quale afferma che ci sono altre pecore oltre a quelle che si possono avere sotto gli occhi, immaginiamo pecore di altre religioni e territori.
Cerco di sforzarmi per attualizzare la raffigurazione della figura del pastore buono ai nostri giorni, certo per noi oggi sarebbe più facile pensare ad un capitano d’industria che non a un pastore. Un industriale che pensa al bene dei suoi lavoratori non solo sfruttandoli per il proprio tornaconto ma facendoli crescere e stare bene oltre il concepito e in questo momento mi viene in mente la figura di Adriano Olivetti e il suo modo di essere industriale negli anni 40/60 del secolo scorso.
Certo mi piace pensare anche ai molti “pastori” che ognuno di noi ha e potrà incontrare nell’arco della propria vita. Figure che ci hanno aiutato a crescere, ad uscire fuori dai piccoli ovili in cui ci eravamo cacciati, dalle stalle dove ci avevano detto di posizionarci. Persone che ci sono passati accanto, magari con una sola parola o meglio con un dato comportamento che ci ha lasciato il segno, che ci ha fatto pensare e magari in-vertire la rotta che avevamo preso. Persone che hanno testimoniato il proprio impegno nella costruzione giornaliera del “Regno” non con fatti eclatanti/sconvolgenti, ma con la quotidianeità del vivere, rispettare, ascoltare, aiutare, realizzarsi; essendo autorevoli e non autoritari.
sergio

P.S. pensandoci bene la traduzione “pastore bello” mi aggrada molto, forse il timore di voler mettere un aggettivo che si riferisse principalmente all’aspetto fisico ha creato timori nel traduttore; personalmente quando definisco una persona “bella” vado oltre l’aspetto fisico e vado oltre la bontà intrinseca, ma ci aggiungo anche aspetto solare, di credibilità, di fiducia.

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