venerdì 2 maggio 2014

Commento al Vangelo


Luca 24,13-35
13 Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, 14 e conversavano di tutto quello che era accaduto. 15 Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. 16 Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. 17 Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?». Si fermarono, col volto triste; 18 uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». 19 Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; 20 come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l'hanno crocifisso. 21 Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. 22 Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro 23 e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. 24 Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l'hanno visto».
25 Ed egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! 26 Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». 27 E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. 28 Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. 29 Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro. 30 Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. 31 Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. 32 Ed essi si dissero l'un l'altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?». 33 E partirono senz'indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, 34 i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone». 35 Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Questi due discepoli ormai sono alla deriva. Erano cresciuti alla scuola del maestro , avevano udito il messaggio delle donne “Gesù è vivo”, ma nulla aveva smosso la loro disperazione.  Ormai l’esperienza con Gesù sembrava perdersi nel nulla. Il loro andare ad Emmaus aveva il sapore dell’abbandono e della fuga.
Il loro viaggio sconsolato e deluso mi fa pensare a molti uomini e molte donne che, in questi anni , scandalizzati da una chiesa spenta, lontana dai problemi reali e  dogmatica, hanno abbandonato il cammino comunitario. Hanno pensato che bisognasse dissociarsi da una istituzione ostile, nemica della libertà e della felicità, e talvolta hanno deciso di separare la fede dall’appartenenza ecclesiale.
Il cammino della fede ha vissuto per molti anni una stagione difficile perché l’istituzione pensava solo a se stessa. Ora, senza farsi facili illusioni, sembra aprirsi qualche spiffero di  aria più respirabile. Tuttavia la partita è ancora da giocare….

Dalla desolazione alla fiducia
Se da una parte i due discepoli esprimono lo scoramento di chi ormai fugge dall’esperienza di Gesù, dall’altra il percorso di questi viandanti lentamente si riaccende di nuova luminosità: aprono il loro cuore tormentato alle parole dello sconosciuto e il loro sconcerto si traduce in  ascolto, ricerca e coinvolgimento.
Anzichè chiudersi nella disperazione e nel mutismo, hanno almeno conservato la voglia e la passione del dialogo e del ripensamento. Questa è stata la loro fortuna, il dono che Dio ha fatto al loro viaggio che sembrava destinato al nulla.
Mantenere un cuore che cerca, accogliere la novità, saper ritornare sui propri passi… può cambiare direzione al nostro vivere: “Dobbiamo imparare la lezione di Emmaus. La soluzione non consiste nell’abbandonare la chiesa, ma nel riprendere i nostri rapporti con qualche gruppo cristiano, comunità, movimento o parrocchia dove poter condividere e ravvivare la nostra speranza in Gesù” ( José Antonio Pagola).
La chiesa è una comunità in pellegrinaggio e, se vogliono andare oltre l’immobilismo e il trionfalismo delle canonizzazioni di questi due papi e di simili liturgie del potere, dobbiamo metterci personalmente in viaggio, fare nostra la dimensione dell’impegno in prima persona. Una chiesa “altra” non è una “Gerusalemme che scende da cielo”, ma una casa da costruire pietra dopo pietra.
È restando sulla strada, dove speranza e desolazione si intrecciano, che il “pellegrino” ci fa di nuovo ardere i nostri cuori. Gesù stesso, profeta itinerante, ha cercato la presenza di Dio nei sentieri dei villaggi nel volto delle donne e degli uomini più afflitti ed oppressi.
Nella predicazione, nelle teologie, nei riti troppi sono i segni di immobilismo che contrastano con la realtà di una chiesa che sa convertirsi, rimettersi sulla strada degli ultimi e delle ultime.
Il movimento di Gesù non può riconoscersi in una chiesa immobilista, aggrappata ai tesori scaduti del passato.

La strada o il tabernacolo?
 Quando entro in una chiesa cattolica per una celebrazione o una predicazione, mi fa sempre riflettere la presenza del tabernacolo. Per chi conserva una visione teologica tradizionalista e fisicista, lì si troverebbe Gesù realmente presente. Alcune preghiere parlano addirittura del “divin prigioniero”. Detto con pieno rispetto di chi condivide questa teologia, avverto un contrasto profondo con il dato biblico. Credere di imprigionare  Gesù, tanto da custodirlo sotto chiave, è fuori dalla testimonianza del secondo Testamento. Questo Gesù ingabbiato, paralizzato, immobilizzato, anemico, rinsecchito in quell’ostia pallida ed esangue, come può conciliarsi con il Gesù  vivo delle strade della Palestina?
Gesù non è da adorare, ma da seguire.
La chiesa delle origini conosceva lo “spezzare il pane” come pasto della condivisione e della contestazione delle strutture inique. L’eucarestia era sorgente di mobilitazione interiore, di conversione. Non sarebbe mai venuto in mente alle comunità dei primi secoli l’invenzione del tabernacolo con tutto il seguito di adorazioni eucaristiche che si svilupparono nel secondo millennio, specialmente in polemica con il protestantesimo.

Per una chiesa che fa strada
Invitato, come spesso mi succede, in una parrocchia per le celebrazioni comunitarie del perdono nella settimana di Pasqua, ho condiviso con due assemblee molto attente questo pensiero nella predicazione: forse la nostra chiesa deve riassaporare la fiducia nel fare strada, nel cambiamento, nella ricerca di segni, di modi e di linguaggi che parlino agli uomini e alle donne del nostro tempo.
In questa parrocchia, durante la predicazione, ho fatto alcuni accenni, riferendomi al necessario “trasloco teologico, pastorale teologico” più che mai urgente.
Non sarebbe bello  che da questo altare  vi parlasse una donna, presbitera della comunità? Se Pietro  aveva una suocera, doveva pur avere una moglie: perché non possono avere famiglia i ministri della comunità? E quando mai sarà possibile che a questo altare venga benedetta una coppia di omosessuali e lesbiche che danno testimonianza di un amore vero?
Ho notato che queste semplici e scontate proposte e domande sono sembrate ovvie e necessarie a molti dei presenti.

TI PREGO
Ti prego, o Dio, per la nostra chiesa affinché, abbandonata l’aria della casa chiusa e la pratica del trionfalismo, ricominci a camminare,  umile, curiosa e fiduciosa, nei sentieri del mondo. Lì, nella strada, il gelo dei palazzi e la rigidità dei dogmi si dissolveranno. Lì, lungo un cammino di ricerca, tra luci e tenebre, ci farai ritrovare  e gustare la presenza di quel Gesù che “si accostò a loro e camminava con loro” (v.15).

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