venerdì 6 giugno 2014

COMMENTO ALLA LETTURA BIBLICA PER LA FESTA DI PENTECOSTE


NELLA CHIESA CI VUOLE UN TERREMOTO
Atti 2, 1-11

2 Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. 2 Venne all'improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. 3 Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; 4 ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d'esprimersi.
5 Si trovavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo. 6 Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua. 7 Erano stupefatti e fuori di sé per lo stupore dicevano: «Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? 8 E com'è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa? 9 Siamo Parti, Medi, Elamìti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadòcia, del Ponto e dell'Asia, 10 della Frigia e della Panfilia, dell'Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, stranieri di Roma, 11 Ebrei e prosèliti, Cretesi e Arabi e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio».

Questa settimana dedicherò la meditazione biblica alla prima lettura perché mi pare caratterizzare in modo evidente il significato della festa di Pentecoste che la liturgia cattolica di oggi propone alla nostra riflessione.

Non sapremo mai con esattezza quanto tempo fu necessario ai discepoli e alle discepole di Gesù per riprendersi dallo sconforto in cui la crocifissione del loro maestro, li aveva gettati.
Probabilmente nei primi giorni prevalsero lo sconforto e la desolazione. I loro cuori erano sconvolti: avevano dovuto fare i conti con una sconfitta totale. Tutte le loro speranze e i loro sogni erano crollati.
Quel “regno di Dio” di cui Gesù aveva annunziato l’avvicinamento, anzi l’imminenza, era una illusione da abbandonare?
E poi… il dolore della perdita del loro “maestro messianico” aveva creato un vuoto incolmabile. Avevano pure temuto e vagamente intuito che l’avvicinarsi a Gerusalemme potesse rappresentare per Gesù una trappola, ma non erano riusciti a percepire  il rischio mortale al quale Gesù andava incontro. Del resto, il loro stesso maestro, con tutta probabilità, aveva messo in conto uno scontro duro, ma non la morte ignominiosa che ora avevano constatato.
Se Giuseppe d’Arimatea o Nicodemo avevano dato una degna sepoltura a Gesù, lo scandalo di quella crocifissione, di cui era subito corsa la voce da Gerusalemme ai villaggi, restava nel cuore dei discepoli e delle discepole come una ferita aperta e inguaribile.
E avvenne la dispersione, lo scoraggiamento, il ritorno alle proprie case e alle proprie occupazioni. Qualcuno probabilmente rimase a Gerusalemme.
Nei giorni del lutto, della dispersione, dello  sfaldamento del gruppo Pietro, Andrea, Giovanni, Maria, Giovanna… presero strade diverse, ma nessuno di loro riuscì a cancellare, ad archiviare il ricordo di Gesù, quel profeta appassionato. Nel più totale smarrimento riandarono ai giorni trascorsi con Gesù e a piccoli gruppi – chi a Gerusalemme  chi in Galilea – ripresero a trovarsi, a confrontarsi, a fare memoria del maestro, a pregare come Gesù aveva loro insegnato.
Le donne, Pietro, Andrea, Maria la mamma di Gesù, Giacomo il “fratello del Signore” sentirono lentamente, a fatica, riaccendersi una fiamma nei loro cuori.
La “causa” di Gesù, le cose per le quali egli aveva vissuto, il messaggio che aveva trasmesso non potevano essere lasciate cadere.
Ciò che gli occhi del corpo non avevano visto, gli occhi della fede avevano cominciato a vedere. I cosiddetti “racconti di apparizione”, che troviamo nei Vangeli, sono la espressione letteraria di quella fede che rifiorì nei loro cuori.
Le “apparizioni” indicano che la luce della fede penetrò in loro: Dio non ha abbandonato Gesù, ma ha trasformato la morte in vita. Ora egli, il profeta crocifisso e sconfitto, è il messia di Dio per noi. Lentamente avviene una svolta: tra incertezze e tentennamenti si apre un varco di speranza. Anzi, comincia a serpeggiare l’interrogativo: come dobbiamo riprendere la fiducia in Dio che animò la vita di Gesù e continuare la sua opera?
Paradossalmente la morte di Gesù, con l’ignominia della croce, che li aveva completamente spiazzati, è diventata il punto di partenza per un nuovo cammino; anzi una nuova comprensione, alla luce della fede nel Dio che ha dato una vita nuova a Gesù, di tutto ciò che con il nazareno avevano vissuto.
Luca, più di cinquant’anni dopo l’evento della morte di Gesù, scrive quella meravigliosa pagina che tutti abbiamo conosciuto nella nostra infanzia come “la discesa dello Spirito Santo”, là nel cenacolo.
L’evangelista accorcia i tempi; sembra che quel trovarsi insieme tutti nel medesimo luogo avvenga a cinquanta giorni dalla Pasqua. Ci volle molto tempo di più con tutta probabilità per ritessere le fila di quel “movimento itinerante” del nazareno che sembrò disperdersi alla morte del pastore…, ma Luca ci trasmette la sostanza dei fatti senza renderci esattamente conto del tempo che fu necessario per ricostruire le tessere del mosaico dei discepoli e delle discepole di Gesù.

Dio riunisce i dispersi, le donne in prima fila…
Il dipinto lucano (che non è una cronaca o una fotografia, ma una pagina di alta teologia) ritrae l’evento comunitario: Dio, che qui è chiamato Spirito Santo (=vento che viene da Dio)cambia il cuore, le prospettive, la confusione, la paralisi dei discepoli. Queste donne e questi uomini percepiscono che lentamente Dio ha illuminato i loro cuori e riaperto davanti a loro una strada.
Le immagini lucane sono stupende: bisogna leggerne il significato…
Senza il ”vento gagliardo”, senza la forza e la luce che solo Dio poteva dare loro, i discepoli avrebbero abbandonato il sentiero di Gesù. Solo ora capiscono, ci suggerisce Luca, autore del libro degli Atti, che è stata la mano, la luce, la presenza di Dio che ha rotto i loro indugi, ha riaperto la “casa chiusa” del cenacolo, ha dato il coraggio di nuove parole.
Dalla confusione e dallo smarrimento essi sono passati ad una nuova consapevolezza: dal “cenacolo chiuso” alla piazza, dal silenzio e dalla paura alla parola e alla testimonianza.

Qualche volta ci vuole un vento impetuoso
Pensando alla chiesa di oggi, nella quale pure non mancano persone e segni promettenti, sento il bisogno di questo vento gagliardo che metta un po’ a soqquadro questa casa in cui si procede più per ripetizione che per invenzione, per creatività.
Per “parlare lingue nuove”, per uscire dagli arcaici manuali liturgici, sacramentali, dogmatici ci vuole, a mio avviso, niente meno di un terremoto teologico e pastorale. Constato un certo attaccamento malsano alle formule, una certa attitudine a ripetere frasi fatte, astratte, linguaggi fuori corso, completamente insignificanti per l’uomo e la donna di oggi. Si continua a ripetere che “Gesù è morto per i nostri peccati”, che il Battesimo ”cancella il peccato originale”, che Gesù è un ibrido di natura umana e divina… che i miracoli non sono magie… La predicazione e la catechesi ripetono anziché reinventare le parole per dire la fede dentro la cultura dell’oggi.
Si prega per “rinunciare a Satana”, senza la minima consapevolezza dell’immenso lavoro teologico di rielaborazione che è stato compiuto nei secoli rispetto a questi linguaggi.
Le “grandi opere di Dio” (v 11) non vengono proclamate nelle “lingue” di oggi, ma occultate e rese impercettibili in una litanica ripetizione di formulazioni di 17 o 18 secoli fa.
Dio è vento caldo, rispettoso, sospinge senza costringere, ma io oggi invoco per la mia chiesa uno tsunami divino, un vento gagliardo, un terremoto che ci risvegli dal sonno, che ci faccia uscire dal Medioevo, dalla cultura della cristianità, per darci la voglia e il gusto per entrare nel mondo di oggi con una appassionata fiducia in Dio e nella  fecondità del Vangelo nella vita di  tutti i giorni.
Ma questo non sarà possibile se non butteremo a  mare con coraggio e discernimento, tutto un arsenale di devozioni, di dottrine, di santi e madonne, di luoghi comuni che non hanno nessun fondamento nella Scrittura e nell’insegnamento del Gesù storico.
Non si dica che ci vogliono tempo e pazienza. Nessuno di noi vuole fare un monumento al nuovismo o alla fretta, ma è evidente che la storia cammina e la chiesa istituzionale accumula ulteriori ritardi. E’ tempo di una sana impazienza, anche perché l’argomento della pazienza - che i difensori dell’istituzione portano in campo - in realtà è la difesa dell’immobilismo.

don Franco Barbero

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