domenica 31 agosto 2014

Gay: il Coraggio dei giovani scout e gli insopportabili niet cattolici



di Matteo Winkler
(Avvocato e socio di Rete Lenford)


Al centro della vita del cattolico autenticamente credente dovrebbe
esserci l’amore. Amore per il prossimo e rispetto per l’amore del
prossimo. O, almeno, così ci insegnano sin da bambini.


E’ esattamente con questo spirito che 456 giovani scout, espressione
di altri 30.000 iscritti di tutta Italia, hanno redatto la Carta del
Coraggio, un documento che esprime posizioni che in realtà dovrebbero
essere proprie di ogni cattolico vero. Vi si chiede ai vertici
dell’Agesci (l’Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani) di
aprirsi all’amore, riconoscendo che dove c’è amore non può esserci
peccato, e che quindi anche due persone dello stesso sesso o due
conviventi o una persona divorziata devono avere la possibilità di
vivere nella comunità degli scout in piena uguaglianza e dignità. Le
parole d’ordine del documento sono, in definitiva, non discriminazione
e accoglienza.


Si tratta indubbiamente di un passo in linea coi tempi.

Come la società italiana è molto più avanti rispetto ai suoi
governanti (e verrebbe da dire per fortuna!), così la base
dell’Agesci, con le sue decise richieste di apertura provenienti “dal
basso”, esprime posizioni molto più in linea con una genuina politica
dell’amore (o, per chi ci crede, dell’Amore con la A maiuscola)
rispetto a quelle della Chiesa cattolica, quella ufficiale e del
Catechismo, che ancora risale, piaccia oppure no, a due papi fa,
Chiesa che ancora oggi, purtroppo, è arroccata sull’intransigente
intolleranza nei confronti delle persone e, cosa ancora più grave,
nella totale ignoranza - sicuramente colpevole – rispetto alle
esperienze di vita di ciascuno, ponendosi invece a strenua difesa
della dottrina, dell’ortodossia e dunque della conservazione più
imbalsamata e lontana dalla vita reale.

Ma per carità, non sia mai che la Chiesa, che spesso proprio in alcune
associazioni trova sia la sua parte più vivida ma anche il suo lato
più intransigente e, lo si dica senza timore, omofobo, si accolli la
responsabilità di ciò che le chiedono a gran voce i giovani scout
italiani. Non sia mai che la Chiesa si apra davvero al mondo com’è
oggi senza mostrare la propria nostalgia del mondo com’era tremila
anni fa, ai tempi del Levitico o, in epoca più prossima ma nondimeno
molto lontana dalla nostra, nell’era di San Paolo. Non sia mai che
rinuncino una volta per tutte al mondo escludente e vetusto nel quale
è stata confezionata.


E infatti non sono mancati i distinguo, ad esempio, dell’Associazione
Pro Vita, il cui nome sembra denigrare come cadaverico tutto ciò che
non si allinea a suoi schemi.

“La nostra proposta”, ribattono sul loro sito internet traducendo la
presa di distanze dalla Carta del Coraggio alcuni vertici scout, “è
mirata unicamente a educare, secondo gli insegnamenti autentici di
Cristo, buoni cristiani e buoni cittadini, capaci un giorno, con
spirito critico e con una solida base valoriale cattolica, di compiere
le scelte che più riterranno opportune per realizzarsi pienamente
nella loro Vocazione, sia essa nella vita religiosa, nel vincolo
sacramentale della famiglia naturale“. Come se Cristo non
privilegiasse proprio gli esclusi, quelli che nel mainstream sociale
della sua epoca non volevano o non potevano rientrare!

No, mi spiace. Non v’è nulla di amorevole (o Amorevole) in questa
risposta. Niente, neppure una briciola, che sia in linea con gli
insegnamenti di Gesù. Nessun amore, né rispetto, per gli scout
omosessuali, per i gay, le lesbiche, i divorziati o i conviventi che
fanno parte, anche orgogliosamente, dell’Agesci.


I continui niet delle gerarchie e dei vertici delle associazioni è lo
scotto che, purtroppo, questi giovani scout italiani devono ancora
pagare per il coraggio mostrato con la loro Carta, alcuni di loro per
la loro stessa esistenza. Un coraggio la cui unica consolazione
risiede nella semplice constatazione che, presto, il futuro sarà loro.
Come scrive Martina Colomasi nel suo blog, “dovremo prendere coscienza
che quei 30.000 ragazzi sono i capi scout di domani e che dunque non
c’è soluzione al cambiamento“.

Coraggio significa anche guardare al domani senza necessariamente
indossare le lenti di chi, per professione, mente spudoratamente
facendo finta che mentire non sia peccato.
Il Fatto Quotidiano – 27 agosto 2014 

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