venerdì 26 settembre 2014

Diego e le sue nonne gay
L’amore è senza stagioni


«Diego era un bimbo enorme, bellissimo. Quando è nato ho pensato che iniziava un’altra stagione, non più conosciuta. Io sono felice di essere invecchiata: gli anni mi hanno portato serenità, presenza di spirito e predisposizione a guardare lontano». Per come la racconta Valentina Violino la nascita del suo primo nipotino, due anni fa, sembra quasi un cambiamento spirituale, e di certo l’ingresso in una nuova età della vita. Anche se, a 47 anni, è una nonna giovane. L’altra nonna di Diego, Roberta Martini, 49, è più prosaica (ma altrettanto entusiasta): «È fantastico: il nipotino te lo godi molto più dei figli, perché c’è già qualcun altro che gli dà le regole». La loro è una famiglia che su regole e valori costruiti e condivisi, a volte anche nonostante gli altri, ha lavorato molto. Valentina e Roberta, infatti, sono una coppia: due nonne lesbiche. Mentre la politica ancora si interroga sui genitori gay, la realtà è già arrivata alla generazione successiva. Quando si sono conosciute, nel 2002, venivano entrambe da un precedente matrimonio. Roberta era rimasta vedova del papà di Martina, che all’epoca aveva nove anni, mentre Valentina si era separata dal padre di Morena, che di anni ne aveva dieci. È lei, oggi ventitreenne, la mamma del piccolo Diego. 

E «le nonne» sono una presenza costante, fin dall’inizio, nella vita del bambino. «Sono rimasta incinta che avevo iniziato da poco l’università: ho pensato a lungo cosa fare e mi sono confrontata con loro — racconta Morena —. Mia mamma Valentina sa che ha una grande influenza su di me e ha cercato di non condizionarmi, ma poi, quando con il mio compagno abbiamo deciso di avere Diego, ci ha appoggiato tantissimo perché era quello che voleva anche lei». «È vero, pensavo che avrebbe fatto bene perché a me mia figlia ha cambiato la vita, in maniera inaspettata e rivoluzionaria — conferma Valentina —. Io, a differenza sua, sono diventata madre perché mi sembrava che fosse l’unica cosa possibile. Ma la vita con mio marito non faceva stare bene nessuno dei tre e ho deciso di lasciarlo per far stare bene almeno Morena. Dare un futuro a lei, però, mi ha permesso di rivedere il mio passato». Valentina e Roberta appartengono infatti a una generazione cresciuta quando di omosessualità non si poteva neppure parlare. «Avevo avuto l’impressione che mi piacessero le donne, ma senza poter davvero capire: intorno a me non esisteva niente di simile e non potevo dirlo a nessuno — rievoca Valentina —. Così mi sono sposata per inseguire la tranquillità che mi mancava». 

La storia di Roberta riecheggia la sua: «Abitavo in un borgo di poche centinaia di abitanti, la parola lesbica non si sentiva mai — spiega —. Giorgio, il papà di Martina, era una bella persona, eravamo amici e pensavo che mi avrebbe fatta ricredere». È stata la sua morte, in seguito a una lunga malattia, che l’ha costretta fare i conti con se stessa: «Dopo un periodo molto difficile ho cercato di riprendere in mano la mia vita». Lei e Valentina si sono conosciute dapprima online, in una mailing list di donne (e madri) lesbiche. Si sono scritte a lungo e dopo mesi si sono date appuntamento al Castello di Stupinigi, alle porte di Torino (sono entrambe originarie della provincia torinese) per andare al parco con le bambine. «Quando ho incontrato Valentina tutti i tasselli del puzzle che non riuscivo a comporre si sono incastonati — dice Roberta —: per la prima volta, da adulta e con una figlia, ho scoperto cosa significa innamorarsi». Nel giro di poco l’hanno detto alle figlie e quattro anni dopo sono andate a convivere a Pinerolo, dove abitano tuttora. Non è stato un percorso privo di scossoni. Racconta Martina, la figlia biologica di Roberta: «Io e Morena all’inizio ci siamo coalizzate per farle litigare: tutte e due non volevamo che ci venisse portata via la mamma. Il problema per me non era che mia madre avesse una donna, ma che avesse qualcun altro. Alla fine, in un certo senso, è stato più facile così perché non ho pensato che stesse sostituendo mio padre». 

In più si sono scontrati due stili educativi diversi: «Io potevo fare cose che Morena non poteva e viceversa. All’improvviso c’era un altro adulto che aveva potere decisionale su di me – aggiunge Martina –. Quello che non ho mai avuto invece sono problemi con i compagni di scuola: al massimo ho dovuto sentire qualche domanda stupida. Ma non mi è mai pesato». Qualche pregiudizio l’hanno incontrato piuttosto «le mamme», nel mondo gay: «Mi è successo, soprattutto i primi tempi, che nei locali mi dicessero: “Se hai una figlia non puoi essere lesbica”», ricorda Valentina. Anche per questo, nel 2011, ha fondato insieme ad altri l’associazione Genitori Rainbow, che riunisce omosessuali e trans con figli nati da precedenti relazioni etero. «È una rete di supporto per chi, come noi, oltre ai pregiudizi in quanto gay deve affrontare le difficoltà connesse alla separazione con l’ex partner, al timore del coming out verso i figli o la famiglia, ai sensi di colpa di non aver preso la strada giusta al momento giusto», chiarisce. All’ultima riunione c’era Morena con il figlio Diego: «Siamo anche andati al Gay Pride. Il mio compagno aveva un cartello che ha avuto grande successo: “mia suocera è lesbica”. Mi piace assecondare mia mamma quando si batte per i suoi diritti», dice con un sorriso. Ma per lei l’eredità più importante è un’altra: «Mi ha insegnato che nella vita si deve essere aperti al mondo e prendersi la responsabilità delle proprie scelte: è così che voglio educare mio figlio».
Elena Tebano (Corriere della sera, 24 settembre 2014)

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