sabato 18 ottobre 2014

Commento al Vangelo domenica 19 ottobre 2014


Vangelo (Matteo 22, 15-21)

In quel tempo, 15i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come coglierlo in fallo nei suoi discorsi. 16Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. 17Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». 18Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? 19Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. 20Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». 21Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Famosissimo brano dei vangeli (è presente anche in Luca 20, 20-26 e in Marco 12, 13-17) interpretato spesso in modo controverso per teorizzare i rapporti tra stato e chiesa. Mi interessa discutere due punti:
1.   i rapporti di Gesù con i poteri religiosi e politici  che vogliono trovare degli appigli per avversarlo
2.   il significato del tributo a Cesare e la risposta astuta di Gesù

1. Gesù è giunto a Gerusalemme, ha scacciato i venditori del tempio e insegna ogni giorno stupendo gli uditori che lo seguono con entusiasmo, questo irrita il potere del tempio cui Gesù non risparmia critiche sia con le parabole sia attaccandolo direttamente Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima della menta, dell'anèto e del cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà.” (Mt 23,23)
Dice Luca (Lc 19:47-48):  Ogni giorno insegnava nel tempio. I sommi sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo perire e così anche i notabili del popolo; ma non sapevano come fare, perché tutto il popolo pendeva dalle sue parole.”  Allora i farisei, dopo aver tenuto consiglio, mandano i loro discepoli con gli erodiani a interrogarlo per coglierlo in fallo.
Gli interlocutori di Gesù sono, in questo caso, farisei ed «erodiani», due gruppi di oppositori al regime. I farisei sul piano religioso non accettavano il potere romano di occupazione, anche se non arrivavano a volere la rivolta armata come gli zeloti; gli erodiani accettavano di buon grado la presenza romana, erano sostenitori di Erode e probabilmente collaborazionisti. Sembra esserci una convergenza di interessi tra gruppi diversi nella polemica con Gesù. Una risposta affermativa avrebbe posto Gesù su posizioni «lealiste» nei confronti dei romani; una negativa lo avrebbe avvicinato agli zeloti; in ogni caso ci sarebbe stata la possibilità di denunciarlo.
Gesù è pienamente immerso nel suo tempo, conosce le diverse fazioni che agitano il popolo, ha però la fama di uno coerente e che non si lascia influenzare: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno.” L’esperienza che Gesù ha fatto di Dio gli ha dato la forza e la libertà interiore di essere coerente fino in fondo, di vivere secondo le proprie convinzioni. Gesù acquisisce questa libertà che lo porta ad agire contro la tradizione e contro le prescrizioni della legge. Il travaglio di dover affrontare a Gerusalemme, lui modesto operaio, il contrasto con avversari colti e potenti “i grandi sacerdoti, gli scribi e gli anziani del popolo” deve essere stato grande, era consapevole dei rischi a cui andava incontro inclusa l’eventualità di una condanna a morte. Tuttavia la fede nel messaggio e la certezza che solo con la coerenza avrebbe potuto renderlo vivo erano così forti che… camminava deciso davanti ai suoi discepoli salendo a Gerusalemme. Dice Luca: “indurì il suo volto per partire verso Gerusalemme” (Lc, 9, 51). Questa espressione, mi ha sempre colpita perchè mi sembra esprimere il momento culminante della coerenza e della consapevolezza di Gesù. 
Essere coerenti e fedeli al “messaggio del regno” inevitabilmente porta alla contrapposizione o allo scontro con  il potere politico ed economico, di ieri e di oggi, e spesso anche con i poteri della chiesa (sommi sacerdoti e scribi nel mondo ebraico di allora, gerarchie vaticane oggi).

 2. «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Non sappiamo quali siano stati realmente i fatti, ma il racconto e le parole di Gesù sono presenti identiche nei tre sinottici, il che vuol dire che si è voluto dare importanza all’episodio, forse perché il problema dei rapporti con il potere romano era vivo sin dall’insediamento del suo protettorato/dominazione (63 a.C.) e si è inasprito fino al momento della caduta del tempio nel 70 e anche negli anni successivi (I, II, III guerra giudaica) ed era ovviamente presente nelle prime comunità dei seguaci di Gesù.
Il tributo di cui qui si parla è la tassa pro capite imposta dai romani, il census capitis. Questo veniva riscosso da tutti gli abitanti dei territori sottomessi dai quattordici anni fino ai sessantacinque.
La figura sulla moneta era quella di Tiberio Cesare, imperatore dal 14 al 37 d.C. e il tributo aveva scatenato tra il popolo di Israele il dilemma della liceità o illiceità del suo pagamento che significava in qualche modo un atto di sottomissione all’impero.
Gesù sfugge all’insidiosa domanda concentrando l’attenzione sul rapporto con Dio.
Scrive Franco Barbero: “La risposta di Gesù è straordinariamente originale e creativa. Afferma il dovere di pagare il tributo a Cesare e, nello stesso tempo, mette Cesare al suo posto contro la sua, antica e moderna tentazione, di credersi “imperiale”, divino. Il messaggio non ha perso di attualità.
Oggi più che mai Cesare è il simbolo del potere politico ed economico che vuole troppo, che detta leggi oltre e contro il giusto, che invade campi della vita personale e collettiva ben oltre le proprie competenze. Anzi, il potere oggi, nella sua dimensione politica, economica e anche religiosa, vuole tutto per sè, si divinizza, ci vuole mettere in adorazione come davanti a un dio.”
Gesù riporta il centro dell’attenzione su «quel che è di Dio». “Quel che è di Cesare e quel che è di Dio non si collocano sullo stesso piano. L’ambito di  competenza di Cesare non costituisce un limite a quello di Dio. Gesù pone al centro, come sempre, la causa di Dio, che abbraccia la totalità dell’esistenza: essa costituisce il criterio delle scelte etiche, anche per quanto riguarda la convivenza nella società; ciò significa che è in base ad essa che «quel che è di Cesare» dev’essere identificato, nella situazione data” (F. Ferrario, Adista 2014).
Il messaggio di Gesù è il messaggio del Regno di Dio “qui ed ora” che si può realizzare solo in un mondo dove si pratichi la giustizia e la solidarietà.  “Dare a Dio quel che è di Dio” vuol dire non  pagare passivamente un tributo ai poteri della società,  ma impegnarsi e lottare per l’uguaglianza sociale, perché tutti possano usufruire delle ricchezze del creato.

Vilma

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