venerdì 23 gennaio 2015

Vangelo – Domenica 25 gennaio 2015


Marco 1, 14-20
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono. 
Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.


Il Vangelo di domenica vede Gesù chiamare i discepoli a diventare pescatori di uomini.
L'acqua ha sempre avuto un significato esoterico profondo, in quanto simbolo dell'inconscio, del liquido primordiale in cui sia il bambino che la materia sono immersi nella creazione.
Inoltre le prime comunità cristiane si identificavano sotto il simbolo del pesce. Acrostico greco IXTUS (Iesùs Christòs Theù Sotèr) che significa Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore.
Quindi potremmo anche vedere il brano evangelico come un invito a scendere nel profondo di noi stessi, alla ricerca della vera natura umana per comprendere chi siamo e da dove veniamo.
Gesù invita alcuni discepoli a seguirlo e quindi ad affidarsi completamente a lui.

Chiede anche a noi di fare quest'atto di fiducia. Credere nel suo messaggio che porta l'Uomo alla salvezza. Questa giunge solamente quando si sono gettate le reti negli abissi di noi stessi…
"Se guarderai a lungo nell'abisso, l'abisso guarderà te" diceva Nietzsche. Ovvero, se proviamo a esaminarci nel profondo potremmo trovare elementi  positivi contrapposti ad altri  negativi. Serve anche e soprattutto questo. Conoscere noi stessi comporta la consapevolezza anche dei  lati meno nobili, meno edificanti della nostra personalità; tuttavia fanno parte del nostro Essere che è fondato sulla dualità. 
Non occorre giudicarci, poiché già quotidianamente siamo i peggiori giudici di noi stessi; l'importante è accettarci per come siamo, utilizzando quel grande dono che è la compassione, propria dello sguardo divino quando si china su di noi guardandoci con amore.
Solamente quando potremmo riconoscerci senza falsi moralismi per ciò che realmente siamo allora, e solo allora, potremmo guardare oltre l'abisso, volgendo gli occhi al cielo, a quel sole spirituale che dona vita a tutto il Creato.
Ricordando i versi di Dante nel XXXIII canto del Paradiso: "...L'Amor che move il sole e l'altre stelle".

Emanuela

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