domenica 22 febbraio 2015

Canone Eucarestia 22 febbraio


Eucarestia di domenica 22 febbraio 2015
“Non esiste un dovere di vivere”

Musica di apertura

G. Per le società occidentali e in particolare la nostra, la morte è un tema tabù che spaventa e che si tende a evitare. La nostra è infatti una società totalmente estetizzante in cui si ricerca un’eterna giovinezza e bellezza al punto tale da rendere il corpo un involucro vuoto e perfetto che non si vuole più abbandonare. La paura della morte, insita nell’uomo, viene strumentalizzata dalle posizioni della Chiesa Cattolica, che inquina il dibattito pubblico e politico italiano in tema del fine vita, imponendo un pensiero unico anche a chi vorrebbe seguire un altro percorso. Quanto della discussione in atto è una lotta ideologica piuttosto che una vera ricerca di dignità?
Si pensi ad esempio al noto caso Englaro, di cui è appena ricorso il sesto anniversario della morte, che scatenò un accesso scontro istituzionale tra Chiesa e Parlamento, impedendo una discussione serena e informata, utile a raggiungere un Disegno di Legge sul Testamento Biologico. Sarebbe necessario infatti distinguere l’interruzione dell’accanimento terapeutico (lasciar morire) dall'eutanasia (far morire) o il suicidio medicalmente assistito (la scelta, anche in mancanza di malattie, di porre termine alla propria vita con l'aiuto di un medico). Di riflesso il vuoto legislativo che permane nel nostro Paese è sintomo quindi del vuoto culturale presente nella nostra società. Riflettiamo insieme.

1.  Signore, quando la paura della morte ci pervade, perché è qualcosa che non conosciamo e come tutto ciò che sfugge al nostro controllo ci spaventa, proprio lì, siediti accanto a noi a rassicurare il nostro cuore e ricordarci che..

2.   Tu sei il Signore della vita eterna, che il Tuo abbraccio amorevole ci attende in un’altra dimensione che sempre vita rimane.

1.    Aiutaci a chiamare le tue manifestazioni con il loro nome e a riconoscere inesistente ciò che chiamiamo morte che nasce con il concepimento, poiché è la scintilla della vita futura, l’opportunità e la promessa dell’incontro con te.

2.    Donaci, nel momento in cui incontreremo il fine vita, la forza di trovare nella preghiera una traccia da seguire per evitare la disperazione, fuggire l'abulia: saper attendere l'incontro con Te che abbiam cercato lungo viottoli spesso improbabili.

Vangelo (Marco 1, 12-15)

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

Commenti e riflessioni personali
Intermezzo musicale

G. Eccoci ora partecipi, come discepole e discepoli, della cena di Gesù.

Tutti. O Dio, ci doni la possibilità di stare fiduciosamente davanti a Te. Ora noi spezziamo il pane ricordando Gesù. Rendi vivo ed efficace per ciascuno e ciascuna di noi questo ricordo. Egli ci disse di vivere al Tuo cospetto e ci insegnò a dividere il pane dei campi e il pane dei cuori. “Prendete e mangiate, prendete e bevete: questo è il mio corpo, questo è il mio sangue”. Questo è il corpo, la vita, la strada, la sostanza della memoria di Gesù: vivere sotto il Tuo sguardo e dividere tra di noi, accompagnarci. Padre, che tutto questo si avveri nelle nostre vite perché la nostra eucarestia non diventi una farsa.

Padre nostro
Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non lasciarci cadere nell’ora della prova, ma liberaci dal male.

Comunione con intermezzo musicale
Preghiere spontanee

1.  Aiutaci Signore a vivere l'esperienza dolorosa della morte dei nostri cari come momento di fede e speranza nell'incontro con Te.. a lasciar andare la “nave” verso l’orizzonte mettendo da parte il nostro egoismo “buono”. 

2.    La morte non è una luce che si spegne. È mettere fuori la lampada perché è arrivata l’alba” (Tagore).

Tutti. «Quale valore si attribuisce realmente alla vita quando non si presta più alcuna importanza alla soggettività, quando nel nome della dignità si nega ogni valore alle scelte e alle decisioni individuali ossia a tutto quello che da senso alla vita e che ci protegge da ciò che Freud chiamava la “morte psichica”?» (Il diritto di essere io – Michela Marzano)
Dio che hai concesso il libero arbitrio all’uomo, aiutaci a liberarci dalle nostre catene mentali e a comprendere che ogni persona ha il diritto di poter decidere cosa fare della propria vita e che la libertà non si oppone alla dignità ma che la vera dignità si può trovare solo all’interno della libertà.

Abbiamo deciso di concludere questo canone con alcune riflessioni che affrontano il tema dell’eutanasia da un punto di vista storico - tratte da http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2015/02/10/eutanasia-venti-secoli-di-doppiezza/?ref=HEF_RULLO

Il divieto di eutanasia implica un “divide” sociale tra chi può disporre del proprio corpo fino all’ultimo (recandosi ad esempio in una clinica privata svizzera) e chi invece per morire deve gettarsi dalla finestra, come fece per esempio Mario Monicelli, destando scalpore non solo perché personaggio famoso e pubblico, ma anche perché, forse, non si era mai visto prima al mondo un quasi centenario che decida di farla finita in quel modo.
Affrontando il tema da un punto di vista storico, il primo luogo comune da sfatare è l’idea che l’eutanasia sia un problema contemporaneo. La questione era fortemente avvertita già in ambito classico: nell’antica Grecia il farmacologo Trasia di Manichea aveva inventato una pozione a base di cicuta e papavero che garantiva «morte facile e senza dolore», trovando clienti e fama al punto da essere citato da Teofrasto. Qualche secolo dopo, a Roma, anche un amico di Seneca, Tullio Marcellino, «essendo colpito da una malattia non già guaribile» si diede la morte senza dolore, sebbene in questo caso le tecniche utilizzate non ci siano giunte e si parli genericamente di abluzioni. In ogni caso, la cultura dell’antica Roma era tutt’altro che negativa e proibizionista verso la dolce morte: anzi questa era privilegio dei patrizi che se la procuravano grazie ai ritrovati prodotti da medici compiacenti, circondandosi quindi nel momento finale di servi obbedienti. Cinque o sei secoli di approccio positivo e trasparente verso l’eutanasia finiscono tuttavia con l’avvento del Cristianesimo, secondo il quale la vita è data da Dio e solo da Dio può essere tolta. In sostanza, viene sottratto alle persone il diritto sul proprio corpo. Di qui la condanna tanto del suicidio (accettatissimo invece in epoca pagana) quanto dell’eutanasia. E qui inizia una divaricazione tra leggi formali e pratiche popolari. In sostanza: se la cristianità proibiva l’azione del procurare o procurarsi la morte dolcemente (anzi, in alcune teorizzazioni estreme ed eretiche raccomandava i tormenti di fine vita per evitare quelli eterni nell’Aldilà), la prassi comune aggirava o ignorava l’ordine; e le persone si arrangiavano quindi in vario modo per evitare eccessi di sofferenze o agonie prolungate, specie nei vecchi o nei malati senza speranza. Nell’età moderna si è riaperto il dibattito pubblico sulla liceità del suicidio, più o meno assistito, e sulla dolce morte procurata a chi non aveva speranze ma solo indicibili sofferenze. Nell’Ottocento tedesco si è quindi ricominciato a parlare di eutanasia medica: qualche dottore ha iniziato anche a rivendicare il diritto di accelerare il decesso per i pazienti senza possibilità di guarigione e afflitti da orribili dolori, che disperatamente chiamavano la morte. Sul finire dello stesso secolo lo scienziato svedese Alfred Nobel, quello che ha dato nome al premio, propose al capo del governo italiano Francesco Crispi di istituire due cliniche, una a Roma e una a Milano, per garantire la dolce morte con gas asfissiante. Il politico italiano cortesemente declinò. Forse in effetti era un po’ troppo, per l’epoca, e del resto venti secoli di divieti formali e di contemporanee pratiche clandestine non si cancellano in un attimo. «Il fervore di movimenti e mobilitazioni dei nostri giorni in favore dell’eutanasia non nasce dal nulla» (Andarsene al momento giusto, di Marco Cavina, edito dal Mulino) ma da una solidissima e radicata tradizione eutanasica le cui pratiche sono avvenute alla luce del sole nel periodo classico greco-romano (quando anzi erano un valore, un privilegio) e si sono perpetuate nel segreto (e in un’omertosa accettazione diffusa, talvolta anche nella Chiesa) durante i lunghi secoli del pensiero presecolare. Che sia tempo di uscire dall’ipocrisia e dai sotterfugi, dando dignità legale al principio secondo cui ciascuno è padrone del proprio corpo?

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