lunedì 16 marzo 2015

Commento al Vangelo



Gv 3, 14-21

«E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, 15perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
16Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 17Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio. 19E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. 20Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. 21Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Questo brano è un bel racconto, tipico della scrittura giovannea, cristocentrico ed unicentrico, soprattutto.

La comunità ha vissuto con Gesù un rapporto vivo, appassionato. Essi hanno visto in quell'uomo "la strada, la verità, la via della Luce", vivendo un'esperienza molto forte.
Ed il linguaggio trasmette, con un codice affettivo, l'innamoramento che gli autori ebbero col personaggio Gesù.  
I linguaggi, dopotutto, non hanno la pretesa di definire delle ontologie ma di chiarire delle relazioni. 
Sovente però, la scrittura, nel suo linguaggio perentorio ed assertivo, è stata male interpretata quando dal messaggio si e passati alla dottrina.
Ma quando da un racconto pieno d'amore e dedizione, se ne trae una dottrina, ci si dissocia dall'esperienza che ha caratterizzato il messaggio originale, fornendogli un codice dogmatico.
E sarebbe far un torto a questa lettura il volerla designare solo col codice dualistico e dogmatico, in quanto l'accento primevo di questo passo non credo abbia quel carattere quanto invece un un'affettività potente, con tutte le sue ambiguità linguistiche. 
Bisognerebbe invece recuperare l'ottica del "racconto" che a volte, troppo concentrati sull'esegesi, perdiamo di vista. 

Mary

 
 

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