venerdì 17 aprile 2015

Votazione racconto

Car* tutt*
una nostra amica ha partecipato al concorso Lingua Madre, con il racconto che potete leggere di seguito.
Poiché Sono aperte le votazioni per assegnare il Premio Speciale Giuria Popolare 2015.
Il racconto - selezionato dalla Giuria del Concorso tra i 10 finalisti della X edizione - è stato pubblicato sul sito del Salone Internazionale del Libro di Torino (http://www.salonelibro.it/it/salone/concorso-lingua-madre/edizione-2015.html) e potrà essere votato da lettori e lettrici fino al 30 aprile 2015, i/le quali potranno esprimere una sola preferenza scrivendo all'indirizzo
giuriapopolare@concorsolinguamadre.it o tramite i social, Twitter e la pagina Facebook del Concorso.






MIA CARA FIGLIA

di Maria Abbebu Viarengo [Etiopia]

Mia figlia cara,
il giorno in cui mi hai comunicato: «Ho fatto domanda di adozione in Africa» sono stata pervasa da sentimenti di paura, gioia, rabbia, esaltazione…
Ho imparato da te che non devo interferire nelle tue scelte, sei una donna adulta ormai. Certo! Ma finché vivrò avrò voglia di ascoltarti. No, non voglio e forse non ho più niente da insegnarti, quella funzione è terminata da tempo. Vorrei però potere esprimere il mio punto di vista. Tu mi fai venire in mente una poesia che ho imparato in prima elementare: Una mamma è come un albero grande che tutti i suoi frutti ti dà, per quanti gliene chiedi sempre uno ne troverà. Tu non chiedi, comunichi ma poi mi vuoi muta. E invece io avrei voluto gridarti, gridarvi a te e a tuo marito: “Nooo, non fatelo, non adottate una creatura africana”.
Una tromba d’aria mi è entrata dentro ed è andata a riprendere e a sollevare le paure, le fatiche dell’essere “diversi” in questo paese. Gli insulti subiti “negra bastarda torna al tuo paese”. I sospetti gratuiti su di me perché estranea a loro. La sovrastante ignoranza rispetto alla mia provenienza. A Torino avevano appena finito di subire i meridionali e ora toccava a chi arrivava da molto più lontano. Neri: tutti poveri, tutti schiavi, tutti ladri i maschi. E se donne tutte prostitute. Hai mai trovato nei libri di storia un cenno, una descrizione, un concetto, una rappresentazione dell’Africa e degli africani che ti abbia fatto sussultare? Che ti abbia messo a contatto con questo immenso territorio e con il suo popolo? Eppure!...
Ogni giorno la comunicazione rappresenta l’alterità in modo tale da imprimere l’idea di un solco, di una diversità fondamentale tra i noi e i loro. Se non fosse stato per me, per la mia passione e il mio amore per la mia terra, neppure tu sapresti molto di più sull’Africa di ciò che hai appreso sui libri di testo.
Sai, le tue parole erano arrivate nella mia hod1 e avevano cominciato a tintinnare contro le sue pareti, poi, come succede durante i terremoti, sono volate per aria, scaraventate giù dai burroni, schiacciate da massi. “No, non farlo” gridava la parte nera che porto, su di me. Stavo, sto bene con la mia pelle che ormai invecchiandosi è sbiadita, ma gli altri non sapevano dove e come collocarmi e così davano sfogo alla loro ignoranza. Toccando e accarezzando la pelle di mia madre – liscia levigata e tiepida – non mi ero mai chiesta di che colore fosse. Alla notizia sono rimasta ferma, muta. Ti ho guardata attraversando in un attimo la tua, la vostra esistenza e quella di LeiLui che sarebbe arrivata-o. Spaventata per la forza e la fatica che avreste dovuto investire nell’attraversare il sentiero della vita, che vi avrebbe resi genitori più combattivi; e per suo fratello, prima bambino e poi uomo, costretto a spiegare perché sua sorella abbia la pelle nera: in Italia l’idea di un italiano nero è tabù, nonostante ora siano in molti.
No, non fraintendermi, non sono contraria all’adozione, anzi… Ma vai a vivere altrove se vuoi adottare una-un LeiLui africana-o. Oggi ho i capelli grigi, ripenso a quanta fatica e quanto tempo ho perso per togliermi di dosso i luoghi comuni, le cornici, le etichette che ognuno tentava di appiccicarmi addosso. Quel tempo e quell’energia avrei potuto usarli per fare altro. La mia grande paura è che chi arriva potrebbe ingiustificatamente (perché avere la pelle nera non è reato), subire le ingiurie altrui.
Con il passare dei giorni ho deciso di prendere il distacco dalla tua comunicazione, di vederla da lontano. Ho meditato, inspirato ed espirato mille e più volte.
Passeggiando lungo il parco del Valentino ammiravo come sempre gli alberi, quante volte ti ho portato a pattinare nel parco: ho sempre visto gli alberi, non li avevo mai guardati attentamente, quel giorno ho notato le loro differenze, erano tutti alberi ma diversi tra loro… Platani, pini neri, cedri dell’Himalaya, noci americane, noci del Caucaso, tigli, ippocastani, aceri, faggi, pioppi, salici, querce, robinie, ginkgo biloba... Tutti lì insieme quegli alberi vivevano in armonia. Le foglie dell’ippocastano cadevano sulle altre già in terra, trasmettevano pace. L’esaltazione di avere in casa una creatura con la mia stessa origine stava diventando più forte di tutte le preoccupazioni. Il mio percorso di lotta di genere, contro la discriminazione sessuale, antirazzista, diventavano humus da regalare, da trasmettere a LeiLui che sarebbe arrivata-o. Ognuna di quelle foglie era un sentimento che si posava sul terreno della mia hod. Mi cresceva dentro una forza positiva. No, non mi derivava dal pensare alle politiche del governo nei confronti di chi è diverso: la forza mi derivava dal pensare alla società civile fatta di donne e uomini che ho incontrato nella mia esperienza di volontariato fra le persone meno fortunate di me. L’ho trovata nella cultura alta. Tra le trame della poesia, nell’universalità delle arti, nei rispettosi silenzi della riflessione spirituale. Nella forza del sorriso complice. Tutto questo è Speranza ed io non vedo l’ora che arrivi una creatura e ne faccia parte.
Figlia cara, grazie a te e al tuo compagno per il vostro coraggio, ne avrete bisogno di molto, ancora di più, perché tanto lo dovrete offrire a chi arriva. Con il vostro gesto avete rimesso in moto l’ingranaggio dei miei sentimenti che forse stanchi stavano per gettare la spugna. Io ci sarò. Vi voglio bene. Maria

1 “Pancia”, in lingua amarica. Pancia come luogo dei sentimenti e delle emozioni.

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