domenica 26 aprile 2015

Commento al Vangelo


Gv 10, 11-18

«Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. 12Il mercenario - che non è pastore e al quale le pecore non appartengono - vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; 13perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. 14Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. 17Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. 18Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

Quando si legge Giovanni, ci si immerge sempre in una simbologia di immagini di grande bellezza. Qui troviamo quella del “buon pastore”, anche se la traduzione esatta sarebbe il “bel pastore”.

Scaturisce da qui la prima riflessione: nella vita è meglio essere belli o fare i buoni? La bontà è propria dell’ambito del fare, il bello è proprio della sfera dell’essere. La storia ci insegna che non c’è male peggiore che un bene elargito da un cuore malvagio. Tutte le dittature hanno agito in questo modo. Platone definiva la bellezza come “manifestazione del vero”. Essa è emanazione dell’essere; la ‘bella persona’ farà il bene, anche quando le riesce male, perché è vera e vive di amore.

Tornando al bel pastore, tutta la Bibbia ebraica è piena di pastori, buoni e cattivi (si conteranno più di 50 passi in cui se ne parla). Israele ha una tradizione incredibilmente vasta a riguardo; nell’antica Grecia, chiunque fosse re, era appellato a pastore del popolo. In questo contesto, l’autore ultimo, vedendo in Gesù il pastore più bello di tutti, ha messo sul suo conto tutto ciò che nelle scritture era stato detto per i pastori buoni. In contrapposizione e per esaltarne la figura esclusiva, “tutti quelli venuti prima du lui...erano ladri e briganti"(v. 8).

Tolta l’enfasi, il linguaggio affettivo, tipico degli scritti giovannei, ha un connotato interessante. La vita è un cammino nel deserto e bisona trovare una strada. Se non ti affidi ad un pastore, a qualcuno che si prenda cura di te, con amore, rischi di rimanere a secco in questo deserto. Nella vita noi tutti siamo un po’ come Telemaco, alla ricerca di persone in cui identificarci che ci accompagnino, ci ispirino e siano per noi punti di riferimento nel percorso di crescita. E Gesù rappresenta sicuramente uno di questi, almeno per me. 

Per l’israelita la scelta di un pastore rappresentava dunque cosa di non poco conto ed ecco chiare le belle similitudini nel testo. Il problema nasce quando le immagini vengono sacralizzate, diventano dottrina come, in questo caso, l’interpretazione di questi versi che ha portato al decretamento di un unico pastore e di un gregge al Concilio di Treno per esempio. 

Termino ricordando il Salmo 23 che recita “Il signore è il mio pastore”. Testo che rimanda a Dio come pastore supremo. Chiunque nella vita è pastore, compreso Gesù, dovrebbe ricordarlo. L’immagine è molto bella. Proviamo a pensare se nella nostra Chiesa, al sacerdote si sostituisse la cura pastorale. Uomini e donne che alimentano la passione per far crescere la Comunità, cancellando la struttura sacrale di mediazione. Ciascuno di noi, come Dio, può essere pastore per gli altri.

Mary
Salmo 23 o di Davide.
Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo. Il mio calice trabocca. Felicità e grazia mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, e abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni.


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