domenica 5 aprile 2015

Dal carcere una storia di autentica resurrezione


ALESSANDRIA - Avevo soltanto 17 anni quando il mio destino mi portò qui in Italia aggrappato sotto un camion, bloccato tra due ruote che viaggiavano contro il tempo senza sosta: ero partito con tanti sogni belli ma anche con la consapevolezza che sarei potuto morire prima di arrivare a destinazione, senza che questo pensiero mi fermasse.
Una volta giunto in Italia ho scoperto la verità: che non era tutto rose e fiori come avevo sognato.

Mi sono trovato solo tra tanta gente sconosciuta, senza poter capire nessuno: ho girato a lungo senza sapere dove andare, ho dormito dappertutto, in strade, case abbandonate e sotto i ponti: quando faceva buio mi fermavo, mi stendevo e provavo a prendere sonno. Ero molto deluso e arrabbiato con la vita, ma ormai in trappola e non potevo tornare indietro.

Dopo tanta sofferenza trovai finalmente un lavoro, anche se sarebbe più corretto chiamarlo sfruttamento: facevo anche 13 ore di attività pesanti per pochi spiccioli, ma ero contento ugualmente perché potevo permettermi di mangiare qualcosa di caldo e di pagare i 100 euro d’affitto per un posto dove dormire, sebbene fosse un semplice posto letto in un piccolo spazio da condividere con altri 8 disperati come me. La verità è che a poco a poco stavo riuscendo a sistemarmi: è stata la mia fame di volere di più a fregarmi. Desideravo un po’ di bella vita e decisi di abbandonare quella situazione di semi-schiavitù. Ero ancora arrabbiato e decisi di seguire una brutta strada: avevo fatto amicizie con persone poco raccomandabili e cominciai a frequentare giri pericolosi, a trovarmi in tasca soldi facili. Pensavo tutto sarebbe andato bene ma mi sbagliavo. Tra un casino e l’altro finii in carcere.

Dietro le sbarre ancora non mi rendevo conto di quanto grave fosse la mia situazione: ho proseguito anche lì a comportarmi male, fra risse e provocazioni sempre più gravi. Alla fine arrivò un colpo mortale: 13 anni da scontare. Vidi di colpo svanire tutti i miei sogni, la mia vita spegnersi e il tempo fermarsi. Ero distrutto, sfinito, più volte pensai che farla finita sarebbe stata la soluzione migliore e non so bene cosa, dentro di me, mi impedì di suicidarmi. Avrei voluto tornare indietro nel tempo, ma ormai mi trovavo lì, senza scampo, abbandonato fra 4 mura senza famiglia né amici, circondato solo da disperati come me, con storie diverse eppure simili alla mia.

Guardandomi intorno capii di essere stato profondamente egoista, che per volere tutto avevo in realtà perso tutto. Da lì pensai come avrei potuto, nonostante tutto, iniziare una nuova vita: la mia precedente era ormai al capolinea e decisi, una volta per tutte, di non ripetere mai più certi errori.

Ho pregato tanto Dio di darmi la forza per andare avanti. E’ stata anche la mia famiglia il mio punto di riferimento: nonostante tutta la delusione e la disperazione che avevo causato ai miei cari non mi abbandonarono come avevo temuto e continuarono a sostenermi con le loro lettere. Presa la decisione definitiva di voler cambiare vita, volevo mutare anche il mio modo di pensare le cose, concentrandomi sul ragionare prima di commettere errori di cui poi pentirmi, ed è stato attraverso questo percorso che ho scoperto la mia personalità. Da allora ho subito ancora tante provocazioni in carcere, ma non reagire davanti a queste mi ha fatto diventare molto forte caratterialmente. Ho imparato a sfogare la mia rabbia e la sofferenza provando a correre durante il periodo d’aria in carcere, o facendo palestra quando ci era consentito. Ho iniziato a frequentare un corso di giardinaggio organizzato dal carcere e sono riuscito a far passare il tempo, imparando un mestiere utile. Ho avuto la possibilità di lavorare 3 mesi in prova ed è stato bello: potevo finalmente comprarmi oggetti personali e qualche dolce da mangiare. In carcere la vita può essere molto dura se non si impara a viverla per il verso giusto, restando lucidi e svegli.

Da allora sono già passati 3 anni: ormai gli agenti si fidano di me. Tutti mi conoscono: ho lavorato al magazzino della fornitura interno al carcere e ottenuto il permesso di girare fra le diverse sezioni di detenzione. Un giorno, è arrivato un dono inaspettato: sono stato scelto fra 350 detenuti, dopo aver analizzato il percorso di crescita che ho compiuto in carcere, per offrirmi l’opportunità di lavorare con la cooperativa “Pausa Caffè” nel forno all’interno di San Michele. Si tratta di una vera opportunità di lavoro, quasi come se mi trovassi all’esterno. Ora posso pagare le tasse e godere di tutti i diritti di un uomo e di un lavoratore. La mia gioia è immensa e incontenibile. Con 3 compagni gestiamo un bellissimo forno, il più grande forno a legna del Piemonte. Ho ricevuto i complimenti degli educatori e degli operatori dell’istituto, e anche dei miei compagni detenuti, e di questo vado molto fiero. Tutti ora vedono in me una persona utile e decisa, che ha fatto tanta strada rispetto al punto da cui è partita. Mi sveglio presto per impastare il pane e per infornarlo. Sfornare il pane e sentirne il profumo così intenso è come trovarsi nel mezzo di un campo di grano.

Dopo 9 mesi di lavoro nel forno, durante i quali mi sono davvero impegnato al massimo, ho avuto una nuova possibilità: essere inserito nel regime dei “semi liberi”. E’ stato stupendo anche perché si comincia ad assaporare una vera libertà: ogni tanto i volontari e gli assistenti mi portavano all’esterno del carcere per cambiare fuori e mi sentivo un cittadino come tutti. E’ stata davvero una rivoluzione nel mio percorso, sebbene non mi scordi mai dei miei errori e di ciò che ho passato. Ma soprattutto non mi sono scordato della mia famiglia: porto i miei cari sempre nel cuore, in attesa di poterli riabbracciare.

Ora, dopo tutto il tempo passato a lavorare nel forno, ho raggiunto un livello di professionalità che mi viene riconosciuto da tutti e sono pronto per una nuova sfida: mi è stato comunicato che verrò inviato a Cuneo per avviare un nuovo forno che è stato costruito anche in quella struttura detentiva. Potrò insegnare ad altri ragazzi cosa ho imparato io e trasmettere loro la mia esperienza, la mia storia. Sarò per loro un esempio e potrò guardarli negli occhi dicendo loro: “ragazzi io ce l’ho fatta. Ora tocca a voi. Ce la farete?”. Sono pronto a convincerli che potranno rialzarsi anche loro, e che il carcere può essere un punto di partenza per un futuro migliore, una nuova nascita. Quello che ho capito qui, a San Michele, è che non è mai troppo tardi per iniziare, basta imparare a comprendere cosa è giusto e cosa è sbagliato. Il mio percorso ora continua!

1 commento:

  1. Che bella storia! Sono contenta che questo ragazzo ce l'abbia fatta, proprio contenta. Grazie per averla condivisa.

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