domenica 19 aprile 2015

Risvegliatevi, dialogo con L.




L. è un ragazzo senegalese, un bel ragazzone con gli occhi dolci, come il profumo del pane appena sformato, un ragazzo ben integrato in Italia da un po’ di anni ormai.
Mentre chiacchieriamo, mi racconta una storia che mi colpisce molto.
Un paio di sere fa, L. vien chiamato per intercedere con un ragazzo, suo compaesano, che sta tentando di uccidersi. Lo chiamerò G. G. è arrivato in Italia con gli ultimi sbarchi ed è ospitatato in una struttura sulla collina Torinese.
Sottolineo questo perché, quando sentiamo alla TV, fatti tragici del genere, pensiamo sempre siano lontani da noi abbastanza da …… il tempo della durata del TG di turno, ma questi aventi accadono gironalmenente, dietro casa nostra.
Ma torniamo a L., appena giunto sul posto, trova G. sul balcone della sua finestra con una corda al collo e i carabiniere, giù, a sgomberare la zona dai curiosi già pervenuti.
G. intima di non avvicinarsi che altrimenti si butta. L gli arriva alle spalle, accenna un paio di parole nella sua lingua e G. conferma di capire. Così inizia quel discorso di L che tanto mi ha colpita, fatto di parole semplici, in un italiano stentato ma generate da chi solo, ha ricevuto e assorbito insegnamenti profondi dalla vita.

L. – “Visto che mi capisci possiamo parlare, perché la comunicazione è la cosa più importante per sentirsi compresi. Perché vuoi suicidarti? Non ti senti capito, vero? Credi che queste persone, che questo paesti vogliano e ti rimanderanno da dove sei scappato, che non avrai i documenti … tranquillo, qui nessuno t farà del male o ti caccerà, in Italia sei al sicuro, da minorenne avrai anche delle agevolazioni per l’ottenimento delle carte. Ma ascolta, noi africani pensiamo di arrivare qui e pretendiamo di avere un lavoro, subito, senza nemmeno imparare a parlare la loro lingua. Ti sembra giusto? Non lo è, la cosa più importante da fare è, studiare l’italiano, per comunicare ed integrarci con loro. Questo è il loro paese e dobbiamo ringraziare per l’accoglienza e l’aiuto che ci danno. Nella tua città eri prigioniero, qui sei libero. Non ti rendi conto della grande opportunità che la vita ti sta donando?
Adesso buttati se vuoi e mentre lo fai, pensa a tua madre, a quella donna che per 9 mesi ti ha portato in grembo, alle grida di dolore per metterti al mondo e alla gioia nei suoi occhi, quando ha potuto tenerti tra le braccia per la prima volta, ai sacrifici per tirarti su, al suo desiderio di vederti felice. Pensa a tutto questo, che in un solo istante distruggerai, per sempre. Adesso, buttati “

L. e G. sono rimasti a parlare per un’ora, dopo che G. ha tolto la corda dal collo e si è seduto accanto a lui. Come due fratelli, in ascolto, uno dell’altro.
“Se avessi avuto qualcuno, che come te, mi avesse parlato così prima di adesso, non sarei mai arrivato a pensare un gesto del genere” – la frase di G a L, prima che l’ambulanza lo portasse via.

“Sono stato fortunato, Mary” – mi dice L- “Io ho sempre avuto tutto, una famiglia adottiva che sta bene, non mi ha mai fatto mancare nulla ma non ho voluto mai di più, di quello che mi serviva, mi son sempre sentito legato a questa Terra, quando la mattina mi alzo e apro gli occhi, vedo le mie mani, forti, le mie gambe e cammino .. cosa posso desiderare di più? Svegliatevi ragazzi, la vita ci da tutti gli strumenti per affrontare il giorno presente, quello che sarà domani, non importa, oggi ci sono e posso avanzare, uno, due o cento passi, posso andare avanti.”

Guardo L, con occhi pieni di gioia e non posso frenarmi dall’abbracciarlo, forte forte

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