venerdì 3 luglio 2015

CHIARA REALI, LA RESPONSABILE DEL PROGETTO LE COSE CAMBIANO, SCRIVE.

Che lavoro fai? L’ideologa del gender
Chiara Reali

Io non lo so bene cosa voglia dire, famiglia tradizionale.
 Quella in cui sono cresciuta probabilmente lo è: mamma (chissà perché viene sempre da metterla per prima), papà, sorella, un cane prima e due gatte poi.
A un certo punto mi sono sposata, un po’ fuori tempo massimo, mi viene da dire, anche se di sicuro c’è chi si sposa più tardi (e c’è chi non si sposa mai, magari perché non può, ma di questo forse parleremo un’altra volta). 
Non so se però la mia – quella composta da lui, da me e dal gatto – sia una famiglia tradizionale. Ci manca quel figlio virgola trentanove, ma adesso inizia a dirsi child-free anziché childless e allora forse va bene così.
Il sabato mattina io e mia sorella dovevamo spolverare tutte le mensole e i mobili, spostando la statuetta della damina che suona il violino e il porta-caramelle di cristallo, mi raccomando; poi mio padre passava l’aspirapolvere e lavava i pavimenti, così almeno il sabato la mamma si riposa, anche se c’è la spesa da fare e allora forse si riposerà la domenica.
Se prendevamo un brutto voto, ci sgridava il papà. 
Se ci innamoravamo, andavamo a parlarne con la mamma. 
Se tornavamo a casa in ritardo, era il papà a venirci a cercare. 
Se avevamo la febbre, era la mamma ad appoggiarci le labbra alla fronte.
Di lavoro faccio l’ideologa del gender – adesso si dice così, no? Ormai i lavori non hanno più i nomi di una volta, e spiegarli ai genitori è un casino. 
Social-media manager, project coordinator, account manager e così via. Però ve lo voglio raccontare, cosa fa di lavoro un’ideologa del gender – così magari riesco anche a spiegarlo meglio ai miei genitori tradizionali che poi quando gli amici chiedono, e la Chiara? Non sanno mai bene cosa dire.
Purtroppo non lavoro mai con i bambini delle scuole materne o delle elementari, di solito solo con gli studenti delle scuole superiori e con quelli delle università, ma credo vada bene lo stesso perché, solo a maggio, mi è successo due volte di ricevere una telefonata la sera prima di un incontro a scuola. – Pronto? Parlo con Chiara? – Sì, sono io, mi dica. – Eh, purtroppo per domani non se ne fa più niente – ci dispiace un sacco, eh? Ma magari programmiamo un nuovo incontro a settembre, con calma, e invitiamo anche qualcuno che faccia il contraddittorio. 
A fare l’ideologa del gender ho cominciato seriamente un paio d’anni fa, avevo già trentaquattro anni. 
Quando la mia tradizionalissima mamma aveva la mia età, all’ufficio di collocamento (una volta i centri per l’impiego si chiamavano così) le dissero che era troppo vecchia per rimettersi a lavorare. 
Le mamme tradizionali magari lavoravano da giovanissime, poi facevano un figlio o due e smettevano di lavorare anche se poi lavoravano lo stesso, perché io tante lavatrici quante ne faceva lei non le ho mai fatte, per dire.
Non è che ci sia una giornata tipo, a fare l’ideologa del gender, e neanche gli studenti sono tutti uguali. 
Ci sono quelli che quando arrivi sono felici, ci sono quelli che dicono, eh, ma che palle, ma le sappiamo già queste cose e poi non siamo mica omofobi, e poi ci sono quelli che iniziano a urlare “gay di merda” dal fondo dell’aula e tu devi far finta di niente perché non sta bene, insultare chi ha vent’anni meno di te.
Ecco, se c’è una cosa che devi per forza imparare, se vuoi fare l’ideologa del gender, è che devi avere la pazienza di un santo. 
Perché gli adolescenti sono adolescenti e, per definizione, vogliono farti incazzare.
Me la ricordo proprio, quella sensazione, quella di voler far incazzare gli adulti. 
Un misto di orgoglio, paura, superbia – l’attesa della reazione che non fa in tempo a iniziare e ti sei già un po’ pentita se sei una ragazza come me, cresciuta in una famiglia tradizionale a pane e sensi di colpa, ma erano altri tempi e anche le famiglie tradizionali erano diverse, mi sa, ma è solo una supposizione: in fondo io insegno che la famiglia tradizionale non è che esiste, glielo dico proprio: la famiglia tradizionale non esiste, e mi faccio raccontare in che famiglie vivono loro e sono tutte così diverse che lo capiscono subito, che ho ragione.
Poi mi faccio raccontare altre cose. 
Tipo, chiedo loro se hanno dei segreti che se ci pensano, e pensano alla faccia che farebbero i loro genitori se li scoprissero, si sentono torcere le budella. 
Loro fanno sì con la testa. 
Ecco, gli dico, adesso sapete cosa prova un ragazzo gay, una ragazza lesbica, quando deve fare coming out.
Oppure gli chiedo di quando si sono innamorati, se sentivano quella cosa che avresti voglia di correre in cima a un palazzo altissimo, prendere un megafono e urlare il loro amore. 
Alcuni sorridono, altri arrossiscono, altri ancora si imbarazzano un po’ e piegano la testa e si nascondono nel cappuccio della felpa. 
Ecco, gli dico, e allora perché se sei gay questa cosa non la puoi fare? Perché in fondo il coming out è anche questo, gridare il proprio amore da un megafono.
Il mio primo fidanzato si chiamava Michele e ci siamo scambiati solo un bacio a stampo. 
Però quando mi accompagnava a casa dopo le riunioni degli scout e mi teneva per mano – e avevamo le mani sudate anche se era inverno – avrei voluto che il tempo non si fermasse mai. 
Faccio l’ideologa del gender e, se dovessi riassumere in poche parole in cosa consiste il mio lavoro, direi: parlare coi vostri figli e con le vostre figlie, ascoltarli. 
Ascoltarli, soprattutto, perché il mondo sta cambiando così in fretta che neanche noi ideologi del gender riusciamo a restare al passo.

Quando arrivo in una scuola la reazioni sono sempre diverse, ma quando me ne vado si assomigliano un sacco: mi dicono grazie e spesso mi chiedono dei consigli, che non hanno niente a che fare con l’essere gay o lesbiche o bisessuali ma hanno tutto a che fare con l’avere quindici, sedici, vent’anni e ritrovarsi ad avere dentro delle cose enormi che non sanno a chi dire. 
Perché voi, cari genitori tradizionali, mi sa che i vostri figli li ascoltate poco.

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