mercoledì 4 novembre 2015

Chiedi alla cenere


Le religioni, che nei propositi dei loro fondatori dovevano occuparsi principalmente delle nostre anime, hanno finito per interessarsi in modo ossessivo dei nostri corpi. Ieri, nel giorno dei defunti, l’arcivescovo di Torino ha criticato pesantemente la pratica di disperdere le ceneri e quella di custodire in casa le urne cinerarie dei propri cari. Ha anche duramente deprecato la tendenza dell’uomo a commercializzare la morte, come se negli ultimi due millenni la Chiesa non avesse costruito le sue fortune economiche sui lasciti dei moribondi in cerca di un passaporto per l’aldilà. Ma è dell’aldiquà che sembrano soprattutto interessarsi certi preti. Del nostro povero corpo, che per chi crede in una dimensione immateriale dell’esistenza è solo un involucro passeggero, l’abito che lo spirito indossa per partecipare alla festa della vita e che poi dismette al momento di andare altrove.  

Di questo abito le religioni hanno sempre avuto una cura maniacale, da sarti d’alta moda. Hanno spiegato agli uomini come mortificarlo in vita, codificando una quantità di peccati anche superiore al numero possibile degli eccessi, e persino come regolarlo dopo la morte. Lo hanno sottratto alla disponibilità del legittimo titolare, l’individuo, al quale faticano a riconoscere il più elementare dei diritti, quello di potere disporre di se stesso (fermo restando il rispetto dell’analogo diritto altrui). Di potere amare chi gli pare, di potere vivere come gli pare e di potere anche morire dove e con chi gli pare: disperso in un bosco o conservato nella vetrinetta della zia. 

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