lunedì 23 novembre 2015

Commento al vangelo domenica 22



Gv 18, 33b-37

«Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: “Sei tu il re dei Giudei?”. 34Gesù rispose: “Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?”. 35Pilato disse: “Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?”. 36Rispose Gesù: “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù”. 37Allora Pilato gli disse: “Dunque tu sei re?”. Rispose Gesù: “Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”.

Ed eccoci qui, quasi alla fine della vita del nazareno. E mentre ci saremmo aspettati un Gesù trionfante, vincente, lo vediamo qui, schernito dal potere romano, di cui Pilato è il rappresentante. Come in un teatrino, Giovanni costruisce il dialogo tra un governatore sicuro di sè, che si crede forte, che disprezza Gesù e tutti gli ebrei e un misero falegname di cui il Sinedrio chiede ormai la morte. Il discorso di Pilato sembrerebbe giusto ed equo ma, il potere, in passato come adesso, spesso diventa farsa, burla. Difende solo se stesso contrapponendosi a chi lo ostacola. Situazione non diversa oggi, anzi. Basta guardare al mondo politico, alla cerchia dei ricchi e potenti. Quanta poca umanità in chi detiene il potere, anche in quello religioso. Tra le mura dei loro palazzi, lontani dalle strade, dalle persone, i sacerdoti del tempio preferiscono non guardare alla vita reale, quella della povera gente.
E dal suo canto Gesù, questo “re nudo”, senza scettro e senza mantello. Un apparente sconfitto, che ha perso l’appoggio dei superiori religiosi.
Ma la “regalità” non si conquista con uno scettro e una corona. Il potere che Gesù viene ad esercitare è un potere a servizio della verità, un potere che non nutre se stesso, che non si autocelebra, che fugge la gloria e l'apparenza. E’ potenza, che persuade ottenendo il nostro consenso e richiedendo la nostra partecipazione. Lungi dal sopprimere la libertà, come fa invece il potere in senso letterale, essa ne ha bisogno e la sollecita. Ecco perché anche il più piccolo di noi, apparentemente insignificante, può essere potente. E’ proprio nella fragilità e nella vulnerabilità del potere che la vera potenza si manifesta. Un marinaio che naviga a vela, incontrando molte difficoltà, darà prova di maggior destrezza nell’affrontare un mare in tempesta rispetto ad un turista che fa lo stesso tragitto con una barca a motore (più mezzi, più potere).
Questo passo del vangelo mi rincuora, mi dà speranza. Soprattutto in questo momento storico dove la figura del ‘re’ in occidente, lungi dall’essere scomparsa sta conoscendo un’impressionante recrudescenza, dove i dominatori di questo mondo rivendicano a sé pieni poteri, sentendosi autorizzati ad obbligare, forzare, costringere coloro che “sudditi” si sentono o fanno, per paura, omertà o perché la società ci ha abituato sempre più a chinare il capo.
Ma dentro di noi possiamo essere tutti re. Non possiamo cambiare il mondo o la realtà ma possiamo trasfigurarli dall’interno, partendo dal proprio mondo interiore. Un’antica sentenza ebraica afferma che “Chi cambia se stesso può trasformare il mondo intero”.
Un abbraccio, MARY

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