lunedì 2 novembre 2015

Commento al Vangelo

Matteo 5, 1-12
 
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirit,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
 
Questo testo evangelico,celeberrimo per i frequentatori delle chiese,penso che richieda,proprio per questo suo carattere abusato,un attenta lettura,o ascolto,se si vuole far sì che possa avere un significato reale nella nostra esistenza quotidiana.
Infatti il brano in oggetto si presta facilmente ad un analisi sommaria che rinvia ad un inversione di valori nel modello di vita,ma che al di là dell’esortazione ha una scarsa spendibilità.
Chi sono i poveri in spirito? Come possono esser definiti beati?
Se pensiamo alla figura di Cristo, egli era tutt’altro che un povero di spirito e le sue esortazioni sono state costantemente rivolte a ottenere una crescita nella fede dei suoi seguaci.
Quindi ad ottenere un arricchimento nello spirito dei discepoli. La sola spiegazione per questo apparente contrasto è che chi si trova in condizione di povertà spirituale, dovrebbe iniziare una ricerca per ottenere una crescita di questa sua dimensione,di questa parte del suo animo. Tuttavia, l’espressione poveri di spirito, andrebbe contestualizzata meglio.
 
Beati quelli che sono nel pianto,perché saranno consolati: anche qui lo stato di beatitudine si ottiene a seguito di un intervento altro. Ovvero: solo chi ha provato la costernazione, il dolore, una somma di interrogativi, potrà essere consolato, potrà essere accolto, potrà trovare un autentica dimensione di vita migliore.
Invece nel nostro vivere quotidiano è prioritario l’esser lontani dal pianto, dal bisogno.
Occorre quindi reimpostare le nostre priorità esistenziali ma, sinceramente, una cosa è dirlo, scriverlo, ben altro è viverlo.
Perché avranno in eredità la terra: questa è un aggiunta ulteriore. Sembra aprire diverse piste di riflessione, anzi le richiede e questo può essere un nuovo impulso di lettura e comprensione, ma francamente pare quasi superfluo, aggiuntivo: invece sappiamo o crediamo che nulla del testo evangelico sia davvero tale.
 
Quando ci incontriamo con :
BEATI I MISERICORDIOSI, è apparentemente facile valutare la misericordia da ambo i lati.
Tuttavia, forse è opportuno rivalutare o ricomprendere la categoria della misericordia. Cosa significa nella nostra esperienza di vita? Devo ammettere che non so trovare una reale comprensione per la categoria della misericordia nel mio vivere quotidiano. Mi viene di associare misericordia a solidarietà, ma credo che il testo evangelico possa richiamare qualcosa di ulteriore: pur se fosse soltanto solidarietà, bisogna ammettere che sarebbe gran cosa.
 
Beati i puri di cuore.perchè vedranno dio: qui siamo di fronte ad un affermazione veramente sconvolgente. Per ottenere il contatto con Dio, è sufficiente soltanto esser puri di cuore, avere un esistenza pura ovvero non inquinata da tutto quanto non riusciamo a evitare, non sappiamo ritenere inutile, dannoso pur se a noi così intrinseco.
Quindi la nostra dimensione di vita è contraddittoria e noi dobbiamo abitare consapeommente la contraddizione per cercare di chiarirla.
Beati gli operatori di pace: chi è veramente tale? Chi riesce ad abitare la contraddizione del suo vivere cercando di non prevaricare i fratelli.
Chi sono i perseguitati per la giustizia? Noi spesso facciamo di tutto per non esser perseguitati, anzi per poter vivere in pace. Invece in questo caso pare che sia importante proprio esser perseguitati, non avere riconoscimenti positivi in relazione al nostro vivere, alle nostre scelte. Nella migliore delle ipotesi questa è una condizione pesante non certo una realtà di cui essere fieri, di cui andare beati.
Quindi ancora una volta Gesù  ci addita una via contraria a quella che parrebbe esser logica. Pertanto come riusciamo a risolvere quest' ennesimo dilemma fra adesione al vangelo e vita?
Parrebbe quasi logico esser beati in una dimensione di vita ulteriore, ultraterrena se durante il nostro primo passaggio vitale siamo stati soggetti a danni, soprusi o simili. Se siamo in una condizione simile, non ci resta che sperare nella dimensione escatologica.
Ma è debole il pensiero di chi rinvia il dolore degli oppressi a una soluzione non percepibile nell’immediato. Ritorniamo al libro di giobbe dove occorre avere una fede profonda…
 
Parrebbe quindi che la soluzione dei quesiti del nostro vivere risieda essenzialmente nel rinvio a Dio, alla fede nel suo operare per risolvere i drammi del nostro vivere…
Ovvero dobbiamo saper abitare una vita controversa, a volte drammatica per poter essere beati, per vivere al meglio la nostra esistenza  alla luce della nostra fede.
 
Valter

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