martedì 24 novembre 2015

I funerali di Valeria Solesin, la lezione dei genitori: cosa vuol dire "essere laici"


Piazza San Marco era piena di sole, ventosa, bellissima. E invasa dalla gente comune, dai veneziani e dalle autorità per i funerali di Valeria Solesin, vittima italiana della strage al teatro Bataclan del 13 novembre. E' stata una cerimonia di Stato, una cerimonia laica. Così l'hanno voluta i suoi genitori, per educazione familiare ma non solo. Hanno fatto sapere che la scelta è stata motivata dal desiderio di avere, in quella piazza, persone di tutte le religioni.
E così è stato. Il patriarca della città ha benedetto la bara, il presidente della comunità islamica ha espresso il suo cordoglio, ha parlato di "atti barbarici" compiuti non certo in nome di "Allah o Javhe che in fondo sono lo stesso Dio" e l'iman di Venezia ha chiesto ad Allah di "pacificare le nostre anime".
Il rappresentante dell'Ucoi ha ringraziato pubblicamente il padre di Valeria: “Caro Alberto, il tuo invito all'iman di partecipare ai funerali ha dato un contributo a far fallire il piano diabolico dei terroristi", mentre il rabbino capo di Venezia, Scialom Bahbout, ha ricordato come sia necessario opporsi al progetto dei terroristi che, dal Mali a Parigi alla Nigeria, vorrebbero un mondo “uniformato alle loro idee”.
Chiamare sul palco le voci dei diversi credo di questo Paese è stato un gesto di grande dignità ma soprattutto un gesto intelligente e lungimirante, fatto dallo stesso uomo che durante le esequie ha detto «il fanatismo vorrebbe nobilitare il massacro con dei valori», mostrando, invece, da che parte stiano i valori senza dichiarazioni altisonanti.
Gli amici di Valeria, chiamati a raccontarla, hanno descritto una ragazza sincera, persino ruvida, determinata e piena di passione civile. Una ragazza cresciuta “tra i campi e le vie di Venezia, che ci hanno permesso di non perderci di vista". Un luogo in cui ci si incontra, si parla, ci si confronta.
A Venezia, capitale ante litteram dell'est e dell'Ovest, città di mare tollerante e piena di gente di tutto il mondo, hanno vissuto per secoli cristiani ed ebrei. Venezia, porta d'Oriente, è stata l'avamposto dell'Occidente verso l'impero Ottomano e tutto il Mediterraneo. Qualcosa di quella eredità di apertura e cultura è rimasto nel dna di questa famiglia di veneziani. Che ora indica una strada a questo Paese. Che non è espellere le religioni e le diversità dal nostro orizzonte, pena smettere di comprendere tutta quella parte di mondo – intorno a noi, con noi – che crede in un Dio.
Restare laici è anche sapere proteggere il credo degli altri senza snaturarsi. Restare laici è essere come la famiglia di Valeria in questa piazza: in piedi, nonostante il dolore, lucidi e intelligenti.  Non più deboli, ma più forti di chi invoca scorciatorie identitarie. Qui, oggi, si è vista l'Italia migliore. E non è retorica.

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