mercoledì 16 dicembre 2015

Dialogo di un cristiano adulto con Michela Marzano


Gentile Michela,
sono Sergio e faccio parte dell’associazione Tessere Le Identità di Alessandria e ci siamo incrociati alla serata di giovedì 10 dicembre per la presentazione del suo libro.
Le faccio i complimenti per la chiarezza della sua esposizione, la sua “grinta” nel supportare taluni argomenti e la delicatezza nel riportare le argomentazioni nel loro giusto alveo espositivo.
Grazie per la sua chiarezza nel definirsi cattolica e soprattutto la ringrazio per aver ben specificato che con questo termine vi sono molte realtà anche in contrasto tra di loro benchè rifacentesi agli stessi testi.
A questo punto devo aprire e chiudere una parentesi personale per poter poi proseguire nel discorso. Io ho 63 anni, sono nato cattolico, ho vissuto intensamente gli anni del Concilio Vaticano II inserendomi nel solco del pensiero Cristiano Comunitario di Base, dove vivo al tutt’oggi.
Questa premessa la trovo necessaria per entrare nell’argomento finale del suo intervento della serata alessandrina: lei ha qualificato la famiglia di Gesù non certo “normale” per i canoni di allora in quanto influenzata da interventi esterni: dal concepimento alla figura del padre putativo.
Concordo che questo esempio calza molto bene e rende perfettamente la visione del problema in presenza di un pubblico “cattolico” tradizionalista.
Mi è piaciuto il paragone e va certamente a suo favore per calamitare certe attenzioni sonnacchiose, però personalmente non mi trovo con quello che lei dice.
Dal mio punto di vista di cristiano che applica il metodo storico-critico nella lettura delle scritture, trovo e penso che la famiglia di Nazareth sia stata una normalissima famiglia palestinese dell’epoca con madre, padre e figli tutti nati in maniera naturale, così come siamo nati tutti noi.
L’anormalità di detta famiglia sta in un figlio di nome Gesù che ha sentito particolarmente intensa la chiamata di Dio madre/padre maturando, vivendo, applicando pubblicamente il di Lui messaggio destinato ad ogni essere vivente. Questa consapevolezza l’ha portato a vivere in maniera totalmente “anomala” per quei tempi, vivendo alla giornata, non sposandosi, abbandonando il clan famigliare, dedicandosi al “pubblico” e non inserendosi in nessun gruppo di comando.
Quindi nessun padre putativo, nessuna madre verginale, nessun concepimento divino, ma tutto molto più naturalmente.
La famiglia di Nazareth era composta da madre, padre, 5 figli (Giacomo, Giuseppe, Simone, Giuda e Gesù – non necessariamente in quest’ordine di nascita) e almeno due sorelle in quanto non vengono mai menzionate i loro nomi (le donne non venivano considerate persone a tutti gli effetti) ma c’è sempre il termine al plurale, vedasi: Matteo 13,55; Marco 6,3; Galati 1,19; Matteo 12,46; Marco 3,31; Luca 8,19; Corinzi 9,5; Giovanni 7,3 queste le testimonianze dirette dai testi dei vangeli canonici e dalle lettere di Paolo, anche se per un certo periodo di tempo si è tradotto in “cugini” il termine fratelli; ma oramai non vi è più questa dualità.
Un passaggio, che ho trovato accidentalmente, c’è anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica ed.1992 art.5 paragrafo 1511.
Tutto abbondantemente approfondito da valenti biblisti e studiosi della religione cattolica che hanno dedicato la vita allo studio e non è sempre facile racchiudere in un solo titolo l’opera svolta: Josè Antonio Pagola (Gesù un approccio storico), Giuseppe Barbaglio (Gesù ebreo di Galilea), Ortensio da Spinetoli (Gesù di Nazareth), Mauro Pesce e Valeria Destro (praticamente tutte le loro opere), per citare solo i maggiori.
Per queste motivazioni credo nella estrema naturalità della famiglia di Nazareth, aggiungo che la vita pubblica conosciuta di Gesù è cominciata da adulto praticamente frequentando il movimento di Giovanni il battezzatore, nulla si sa dell’infanzia che viene narrata solamente nei vangeli di Matteo e Luca (non negli altri) che è stato ampiamente dimostrato essere stata un’aggiunta posteriore all’iniziale stesura, in pratica tutti i vangeli cominciano dal battesimo di Gesù, l’inizio della vita pubblica.
Questa normalità della famiglia mi porta a vedere in una luce molto differente la figura della madre, donna a tutti gli effetti; molto premurosa nei confronti di questo suo figlio “strano” tanto da tentare di convincerlo più volte a non comportarsi in tale maniera e invitandolo a ritornare a casa (leggasi gli stessi brani sopra menzionati), per poi finire di accettare questo suo modo di vivere e decidersi di aggregarsi al gruppo itinerante (donne e uomini) che seguiva costantemente Gesù e seguirlo fino all’ultimo giorno, sorreggendolo, confortandolo e lasciandoli fare le sue scelte definitive ed estreme. Splendida figura di mamma, raggiungibile e imitabile da tutte le donne che amano i propri figli. L’ultima osservazione riguarda Giacomo, uno dei fratelli di Gesù, che ha seguito le orme del fratello solo dopo la sua morte e che lo ritroviamo a capo del gruppo a Gerusalemme e autore della omonima lettera presente nel secondo Testamento.

Sergio Serafini

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