lunedì 28 dicembre 2015

Quelle ragazze del calcio che la mafia non fermerà


Ma è necessario che il prefetto di Reggio Calabria disponga "adeguate misure di prevenzione" verso una squadra femminile di calcio a 5 perché ci si accorga di quello che sta succedendo laggiù?

Non sappiamo ancora chi abbia minacciato il presidente della squadra Ferdinando Armeni né chi abbia avvicinato alcune giocatrici. E del resto Armeni non ha neppure fatto riferimento nella sua denuncia a 'ndranghetisti ma più genericamente a "sciacalli". Sappiamo però di certo che la situazione dello sport al Sud, e ancor più in Calabria, è drammatica.

A qualcuno - come forse a Tavecchio e a Malagò - questa sarà anche sembrata una vicenda straordinaria, tale cioè da richiedere il loro intervento immediato. Giusto. Eppure che la situazione sportiva al Sud fosse un disastro si sapeva da molto tempo. Già nel 2014, appena un anno fa, proprio in provincia di Reggio Calabria, a Rizziconi, era stata sequestrata alle 'ndrine un'area trasformata in un campo di calcio. Gli affiliati intimidirono per lungo tempo i ragazzi: volevano che quel campo rimanesse vuoto. Dovette intervenire Libera, l'associazione antimafia di don Ciotti, che riuscì a far arrivare la Nazionale di calcio italiana per riaprire il campo.

Sempre lo scorso anno, a Polistena, e quindi sempre in provincia di Reggio Calabria, l'istituto San Giuseppe, che fa parte dell'Aspi e lavora al recupero di minori a rischio, altro episodio. La piccola squadra di calcio fu fermata dalla 'ndrangheta e minacciata - e anche quei ragazzi dovettero lasciare. Solo tempo dopo, tra mille problemi, riuscirono a riprendere l'attività.

Basta così? Ormai dovrebbe essere chiaro: indipendentemente dalle origini delle minacce di Locri - siano esse state di natura mafiosa o personale - nel Mezzogiorno d'Italia anche lo sport è diventato terreno di conquista delle organizzazioni. Per la verità lo è sempre stato: ma è vero che in questa fase lo è diventato molto di più. Le squadre di calcio, dai dilettanti ai professionisti, servono - si sa - a creare consenso. Perché se guardiamo invece agli investimenti e agli "spostamenti di soldi", alle mafie le piccole squadre in fondo servono poco. Quello che invece vogliono è controllare la "gestione" dello sport: e alle loro condizioni. In modo che tutto, cioè, resti sott'acqua. Invisibile, eppur visibilissimo. Pubblico come un evento sportivo: ma lontano dalle luci dell'attenzione nazionale.

Nell'inchiesta Dirty Soccer, il pentito Pietro Mesiani Mazzacuva (genero di Mico Molè, boss della piana di Gioia Tauro) afferma: "Molte squadre di calcio dilettantistiche sono in mano alla 'ndrangheta". Ecco perché la vicenda di Locri, nella sua drammaticità, al Sud è una storia di tutti i giorni: palestre chiuse, difficoltà imprenditoriali ad aprire qualsiasi progetto sportivo, sponsor in miseria. Perché anche lo sport, nel Mezzogiorno, si deve appellare a straordinarie iniziative dei singoli, fino al sacrificio totale di qualche appassionato.

Ma è possibile dover fare ogni volta appello ai giovani, alle coscienze, alla speranza, alla denuncia, alla perseveranza, mentre il Sud continua a restare un deserto? ll rischio vero, ora, è che tutto possa essere messo a tacere qualora si finisse per scoprire che queste di Locri non sono in fondo vere minacce mafiose. Questo sì che sarebbe un errore gravissimo. Perché lo spazio ludico, sportivo, formativo, al Sud continua a essere occupato dai clan, dall'imprenditoria corrotta, che usa anche questi luoghi - anche lo sport - per ricattare, procacciare voti, costruirsi il consenso. Ecco perché, di fronte a quello che è accaduto a Locri, ma anche e soprattutto di fronte a quello che ogni giorno continua ad accadere al Sud, non ci stancheremo mai di ricordare il dovere di intervenire, intervenire, intervenire. Oggi, come si dice, è già troppo tardi.

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