mercoledì 24 febbraio 2016

La bimba senza diritti


Qualche giorno fa ho visto il film Suffragette con un un cameo di Meryl Streep di strepitosa bravura come sempre. Interpreta Emmeline Punkhurst, naturalmente con tanto di perfetto accento. Ma questo c'entra poco: semplicemente amo Meryl Streep. Il film racconta di una lavanderia della Londra inizi Novecento tra fumi mefitici, ferri da stiro alimentati dal carbone, padroni che stuprano e uomini che comandano. Una ragazza, Maud Watt, che ha un marito magro magro e carino e un figlio di pochi anni, viene coinvolta da una collega della famigerata lavanderia, Violet Miller, nella causa delle suffragette che, lo dice il nome stesso, lottavano per il suffragio delle donne e cioè per il proprio diritto al voto. Una storia dimenticata, anzi: suffragetta viene usato quasi in senso dispregiativo, proprio come il termine femminista. Quei due termini sembrano quasi insulti. “Ma che sei una femminista?” ti senti dire se per caso ti azzardi a scrivere un “la sindaca”, “la ministra”, “l’avvocata” “la pm” “la giudice”. Persino per i colleghi giornalisti – maschi – si tratta di una questione priva di rilievo, che non cambia nulla, anzi confonde, anzi è sbagliata, anzi è irrilevante. Come se non la lingua non contribuisse non solo ad esprimere l’immaginario ma anche a crearlo.
Una storia dimenticata, dunque. Eppure quel film qualcosa te la fa ricordare o magari vedere per la prima volta: e cioè come, grazie a quella lotta che è costata lacrime, sangue, mesi di galera, scioperi della fame, persino la morte, la salute, il matrimonio, i figli e la libertà alle donne di ieri, le donne di oggi possono vivere sole, studiare, scegliere o meno se sposarsi, intraprendere una carriere. Scegliere. Non fosse stato per loro, le suffragette, le femmine sarebbero ancora a filare la chiuse dentro casa. Persino in Taiwan il primo ministro, Tsai Ing-wen, è donna: è stata eletta il 16 gennaio. Ma qui in Italia, nonostante il voto, nonostante gli anni di femminismo, siamo ben lontani da un decente traguardo quanto a diritti e a sfondamenti di cupole di cristallo: non solo (a inizio 2015) siamo al 73esimo posto per libertà di stampa, appena dopo Hong Kong, Senegal e Moldavia, e appena prima di Nicaragua e Tanzania, il che è tutto dire, ma siamo, appunto, il fanalino di coda anche nel riconoscimento dei più elementari diritti civili. Per dire: appena una donna ricopre qualche carica di un certo peso, la vulgata vuole che l'abbia senza meno data a destra o sinistra. Basta leggersi le cronache politiche degli ultimi mesi. Figurarsi se una donna italiana può diventare presidente della Bce, candidata alla Casa Bianca, direttore dell’Economist senza prima pagare dazio.
Ci sembra incredibile che un gruppo di donne pacifiche, vestite di veletti e mantelline, con cappellini calzati in testa e bandierine in mano – come si vede in una scena del film – riunite davanti al Parlamento per sapere se il primo ministro avesse ascoltato la loro richiesta, venisse presa a cazzotti in faccia e nello stomaco da un branco di uomini in divisa, senza nessun motivo se non quello dell’assembramento. Ci sembra incredibile che gli uomini avessero tutto il potere che ci mostra il film, come quello che esercita il marito magro e carino della protagonista: che viene arrestata proprio davanti al Parlamento, in quella pacifica circostanza. E che quando esce dal carcere viene cacciata di casa proprio da lui. Che, per soprammercato, poco dopo dà il figlio in adozione: perché da solo non ce la fa a occuparsene, perché il suo potere sul bambino è assoluto, semplicemente perché può..
Pare incredibile, anche se in tante parti del mondo non si vive poi molto diversamente. Ma qui, in Occidente, qui, dove la conquista del voto femminile è ormai un fatto dato per scontato, qui, fa impressione.
E allora, ho pensato mentre scorrevano i titoli di coda, mia nipote, o la mia pronipote, leggendo la mia storia o assistendo alla proiezione di un film che racconta l’Italia d’inizio XXI secolo, rimarrà sbalordita dall’incredibile mancanza di giustizia che dimostrano i dibattiti intorno alla legge sulle cosiddette unioni civili, o sulle “formazioni sociali specifiche”, come ha definito le unioni di persone dello stesso sesso la Corte Costituzionale. Una disuguaglianza quasi imbarazzante se si capovolge il punto di vista e dal generale e l’astratto si passa alla vita di una persona concreta, reale, vicina. Pensate, che so, a vostro fratello o a vostra sorella. A un vostro amico. A vostra figlia. A vostra madre. Mio fratello ed io, poniamo. Mio fratello ha tre figli, una ex moglie e una compagna. I suoi figli sono tutti ugualmente suoi figli, anche se due sono nati all’interno di un matrimonio e uno no. Mia figlia – che biologicamente è stata concepita dalla mia compagna – sta crescendo con me come l’ultimo figlio di mio fratello sta crescendo con lui, sta ricevendo le stesse cure e lo stesso amore. Ma a differenza di quel bambino non ha e non avrà diritto a niente. Se muoio, la mia pensione non l’aiuterà in alcun modo: tutti gli anni di tasse che ho pagato finiranno nel nulla. Se muoio la mia casa andrà a qualcun'altro. Se muoio, io scomparirò, semplicemente. Se muore la sua altra mamma, io me la vedrò portare via. Se devo andare a prenderla a scuola, ci vuole il permesso e devo dare una copia della mia carta d'identità. Se deve essere ricoverata in ospedale, io non posso farlo. Se voglio fare un viaggio con lei, devo andare in questura a chiedere un permesso.
E allora le parole di Monica Cirinnà, pronunciate all’inizio del dibattimento in Senato della legge sulle unioni civili, sono veramente il minimo: "Da che parte vorremo farci trovare dai nostri figli e dai nostri nipoti, quando fra trent’anni torneranno a leggere i resoconti di queste sedute? Dalla parte di chi ha creduto possibile far muovere all'Italia il primo e tanto atteso passo verso l'eguaglianza? O dalla parte di chi ha visto nella Costituzione il patrimonio di pochi privilegiati, e nell'estensione di diritti un pericolo?".
E ora la mossa che mi aspettavo, fin dall'inizio: via alla stepchild adoption: che poi, carissimi deputati, senatori, pressapochisti di tutti i generi, voi che sostenete con tanta veemenza di pensare al bambino e a nient'altro, lo sapete cosa significa veramente? Significa che la mia bambina ha meno diritti del suo compagno o della sua compagna di scuola. Significa che la mia bambina rischia. Significa che la mia bambina un giorno mi guarderà negli occhi e mi chiederà: perché? Significa che la mia bambina è la mia bambina anche se questa legge non passa.
Eppure chi ci rimetterà sarà solo lei e quelli come lei. Quelli figli di due genitori o due genitrici che non hanno paura di dire chi sono. Perché non potrebbero mai più guardarli in faccia quei bambini. Non come quelle coppie "tradizionali" che fanno finta di niente e rientrati dall'Ucraina o dal Nepal dove, poniamo, i loro gemelli sono nati grazie a una maternità surrogata, falsicano i documenti. Quelli che non hanno il coraggio di parlare - nessuno! - e di metterci la faccia per raccontare come hanno veramente fatto venire al mondo i loro bambini. Tutti zitti.
Pensate a quello che era trent'anni fa la società italiana e a quello che è oggi. Pensate a quello che sarà tra trent'anni. Credete che i nomi di quanti oggi parlano di stepciai assosiesciòn rimarrano scolpiti nella pietra per la loro difesa della famiglia tradizionale? Quale famiglia tradizionale? Quale tradizione?

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