domenica 7 febbraio 2016

Maternità surrogata: Michela Murgia

Il dibattito sulle unioni civili entra nel vivo al Senato. Il nodo della stepchild adoption è il più delicato, perché l’adozione, per le coppie omosessuali, del figlio biologico o adottivo del partner porta con sé il tema della gestazione per altri: lo denunciano non solo i centristi e chi ha riempito la piazza del Family day, spesso in maniera strumentale per opporsi all’intera legge, ma anche alcune correnti del femminismo.

Nelle scorse settimane proprio un appello di un pezzo di quello che fu il movimento Se non ora quando(l’associazione Snoq Libere) ha aperto anzi il dibattito a sinistra, denunciando i rischi di quello che viene appositamente descritto come «utero in affitto». Tra le donne che non firmarono l’appello c’era la scrittrice Michela Murgia (Chirù è il suo ultimo romanzo, pubblicato da Einaudi).
Per spiegare la sua scelta, Murgia ha composto su Facebook, a puntate, una lunga riflessione sul tema della gestazione per altri o, se preferite, sulla “maternità surrogata” o, come dice Mario Adinolfi, sull’«utero in affitto».

Ripubblichiamo per intero lo scritto di Murgia.

Il medium non è il messaggio. Per non tornare a confondere gravidanza e maternità.

Da settimane mi ronza in testa il fastidio legato all'appello contro la "maternità surrogata" firmato da molte donne (e tra loro molte che stimo e con cui ho condiviso percorsi), ma che io mi sono rifiutata di firmare, come tante altre. Non ho scritto ancora il perché e la ragione è che il perché è complesso e richiede molta e collettiva elaborazione, che sospetto siano alcuni degli aggettivi con cui non si può definire il percorso che ha condotto alla stesura dell'appello di Snoq Libere. Vorrei iniziare l'anno condividendo in post differenti alcune riflessioni che ho fatto in questi mesi sul tema, cercando il più possibile di isolare le direttrici del discorso per affrontarle con la minima confusione possibile, e intendo la mia, dato che questo è un tema su cui non ho certezze.

Il primo motivo per cui l'appello di Snoq Libere mi ha lasciato perplessa è l'uso dell'espressione "maternità surrogata", collegata all'insistenza su una sorta di naturalità cogente insita nel legame di gestazione, definito con una certa enfasi "percorso di vita" e "avventura umana straordinaria". Prima di cominciare a discutere di maternità surrogata penso che andrebbe definito meglio cosa dobbiamo intendere per maternità nel 2016. Se con essa ci riferiamo alla dimensione fisica e/o spirituale che unisce al desiderio procreativo la disposizione ad assumersi la responsabilità genitoriale su una vita altrui, è escluso che essa si possa surrogare, giacché è un atto di volontà e consapevolezza personale non alienabile.

È fin troppo ovvio dire che non basti restare incinte per parlare di maternità, ma forse non è altrettanto ovvio ricordare che questa affermazione è una conquista civile piuttosto recente. Per secoli siamo state infatti madri per forza, impossibilitate a sottrarci al percorso del sangue e alle funzioni collegate, se non a prezzo di una fortissima condanna sociale. Sono state le lotte del femminismo del secolo scorso a costringere la società a ripensare la maternità fino a definire madre solo quella che accetta di esserlo, trasformando in scelta individuale ciò che era un destino collettivo.

Non è quindi tollerabile oggi in un discorso serio sentir definire “maternità” il processo fisico della semplice gravidanza, che in sé - e lo sappiamo tutte - può escludere sia il desiderio procreativo sia la disposizione ad assumersi la responsabilità e la cura del nascituro. Di conseguenza è improprio discutere anche di maternità surrogata. Si può discutere invece di gravidanza surrogata, purché resti chiaro che si tratta di qualcosa di profondamente diverso. Operare questa distinzione è tutt'altro che ozioso, perché la legge italiana - entro i limiti che conosciamo - permette già ora a una donna che resta incinta di scindere i due processi e agire per rifiutare il ruolo indesiderato di madre, sia attraverso l'interruzione di gravidanza, sia attraverso la rinuncia permanente a curarsi del neonato.

Chi si oppone alla gravidanza surrogata chiamandola "maternità" e adducendo come motivazione l'unicità insostituibile del legame che si stabilirebbe tra gestante e feto sta ponendo le condizioni perché gravidanza e maternità tornino a essere inscindibili e quella sovrapposizione torni a essere usata contro le donne SEMPRE, ogni volta che per i motivi più svariati provassero a scegliere di non essere madri.

Reintroducendo nel dibattito la mistica deterministica del “sangue del sangue” non si sta quindi mettendo in discussione solo l'ipotesi della surrogazione gestazionale, ma anche alcuni comportamenti che sono già normati come diritti nel nostro sistema giuridico, cioè l'aborto e la possibilità di rinunciare alla potestà genitoriale, per tacere dell'adozione, legame di pura volontà che in questo modo - non originandosi "dall'avventura umana straordinaria" della gravidanza - tornerebbe nell'alveo delle maternità di serie B. Sbalordisce dunque che a utilizzare la categoria del legame naturale siano donne che si richiamano al percorso femminista.

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