martedì 8 marzo 2016

Siracide - appunti


Corso Biblico. Torino, 04.03.2016.
Siracide - appunti presi durante la conferenza di Franco Barbero

Oggi termina la lettura del libro del Siracide, con gli ultimi capitoli (dal 30 al 51). Una premessa ermeneutica: i testi sapienziali contengono delle “vette”, affermazioni di alto valore morale oltre che poetico (come ad es. il v. 34,21: “Sacrificare il frutto dell'ingiustizia è un'offerta da scherno” contro la devozione ipocrita di chi sfrutta il prossimo), ma contengono anche delle “pianure”, dei luoghi comuni, e persino degli “abissi”, affermazioni deliranti (come il v.33,27 “per lo schiavo malvagio torture e castighi”). I testi sapienziali sono sempre molto concreti e tutta la cultura ebraica ha come caratteristica di stare sempre con i piedi per terra. Si è discusso se sia opportuno espungere o ignorare le espressioni dure che spesso si incontrano nella Bibbia, ma, come giustamente rileva Lidia Maggi, esse riflettono la realtà della vita umana, e solo chi fa una lettura superficiale si scandalizza per le parole dure della Bibbia che dicono cose che ci sono anche nel nostro cuore e nella nostra storia. E' bene non ignorarle, ma fare i conti con esse. L'importante è non trasformare in dogmi le parole bibliche, non presumere di rinchiudere Dio in una formula. Quando si parla di Dio si rischia sempre la bestemmia, ne possiamo parlare solo “a tentoni”. Siamo cercatori e non possessori di Dio.
Segue una lettura rapida degli ultimi capitoli cogliendo i principali spunti offerti dal testo.
Il cap. 30 inizia con il tema dell'educazione del figlio, con espressioni oggi inaccettabili, come “chi ama il proprio figlio usa spesso la frusta per lui, per gioire di lui alla fine” (v. 1). Il lato positivo dell'approccio educativo è il concetto di cura: bisogna vivere la relazione col figlio: “Educa tuo figlio e prenditi cura di lui...” (v. 13).
Nel cap. 31 si parla di banchetti, contro l'ingordigia e per la frugalità (vv. 12 – 24). Nei villaggi dove il mangiare a sufficienza era un problema quotidiano, le feste erano le poche occasioni per mangiare a sazietà e spesso esagerare. Forse il testo si riferisce a questi eccessi.
Il cap. 33 contiene una parte che riguarda il trattamento degli schiavi che, come si è sopra accennato, è delirante. Tuttavia al v. 31 il tono cambia improvvisamente: “Se hai uno schiavo, trattalo come un fratello...” Forse qui l'autore ha attinto da due tradizioni diverse.
Il cap. 34, vv. 21 – 26 è una dura invettiva contro chi, arricchitosi alle spalle dei poveri, poi ostenta generosità e devozione; è un argomento in linea con la predicazione di Gesù; anche papa Francesco ha recentemente affermato che la chiesa non ha bisogno di soldi sporchi.
Il cap 36 ricade nell'abisso con una invocazione a Dio di impronta nazionalistica e la richiesta di distruggere gli avversari di Israele. Va detto che anche il cristianesimo (e le altre religioni) hanno avuto i loro nazionalismi, con le teorie dell'esclusivismo (extra ecclesiam nulla salus, extra scripturas nulla salus, ecc.).
Dal v. 23 alla fine del capitolo vi è una serie di affermazioni abissali nei confronti della donna, trattata come una cosa da possedere come al v. 26: “Chi si procura una sposa, possiede il primo dei beni”.
Il cap. 37 contiene un piccolo ma prezioso vademecum di come fare delle buone scelte. In primo luogo insegna come scegliere dei buoni consiglieri e stare alla larga da quelli cattivi. Ma dopo aver scelto il buon consigliere ed averlo ascoltato è importante ascoltare il proprio cuore, ovvero la propria coscienza: “Attieniti al consiglio del tuo cuore, perchè nessuno ti è più fedele. Infatti la coscienza di un uomo talvolta suole avvertire meglio di sette sentinelle collocate in alto per spiare” (vv. 13, 14). Infine il consiglio della preghiera: “Per tutte queste cose invoca l'Altissimo, perchè guidi la tua via secondo verità” (v. 15).
Il capitolo termina con una (nuova) invettiva contro la ghiottoneria.
Il cap. 38 contiene una novità per la cultura ebraica: la scoperta del medico e dell'utilità della sua opera. Per l'ebraismo è Dio che guarisce e sono i profeti che trasmettono l'energia divina che dà la guarigione. L'influenza della cultura ellenistica si manifesta qui nel riconoscimento della bontà dell'opera del medico, visto come servitore del Signore per il bene dell'uomo. (vv. 1 – 15).
Dal v. 24 alla fine del capitolo troviamo l'elogio del lavoro intellettuale e della sua superiorità su quello manuale. I vari lavori artigianali, come l'agricoltore, il fabbro, il vasaio, ecc. vengono descritti con grande cura dei particolari e ne viene evidenziata per ciascuno l'utilità (“senza di loro non si costruisce una città” v. 32); tuttavia coloro che sono occupati nei mestieri manuali sono troppo assorbiti dal loro lavoro e non possono dedicarsi alla sapienza. Essi sono necessari alla “costruzione del mondo” (v.34), tuttavia “differente è il caso di chi si applica a meditare la legge dell'Altissimo” e cioè coltiva la sapienza. Anche qui è evidente l'influenza ellenistica la discrepanza rispetto al punto di vista di un Isaia e anche del Gesù dei Vangeli.
I capitoli 40 e 41 sono dedicati principalmente alle ansie ed alle pene dell'uomo, tra cui primeggia la morte: “O morte, è gradita la tua sentenza all'uomo indigente e privo di forze, al vecchio decrepito e preoccupato di tutto, a colui che è indocile e ha perduto ogni speranza” Un inizio di riflessione sull'eutanasia ?
Il cap. 42, dopo alcune ricadute abissali sul tema della figlia e della donna, inizia, dal v. 15, una lunga lode della gloria di Dio che si manifesta nelle meraviglie della natura e nella storia attraverso i personaggi illustri, a partire da Enoc fino al sommo sacerdote Simone. Nel discorso sulle meraviglie del creato si dice: “Potremmo dire molte cose e mai finiremmo, ma la conclusione del discorso sia: “Egli è il tutto!”(v.27). Una visione panenteistica?
I vv. da 27 a 29 del cap. 50 sono la conclusione del libro, cui segue un inno di ringraziamento al Signore che ha la sembianza di un salmo. Dal v. 13 in avanti ripercorre in tono autobiografico il cammino che l'autore ha percorso nella ricerca della sapienza, fino alla formazione di una scuola (v 23 e seg.) che ha la funzione di spegnere la sete di saggezza di cui ciascun uomo ha bisogno.
La teologia della liberazione ha ben evidenziato che oggi il capitalismo spegne la sete di trascendenza dell'uomo riempiendolo di cose materiali che lo circondano, mentre, come diceva Karl Rahner, vi è uno spazio nell'uomo che solo Dio può colmare.  

Guido Allice

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