domenica 3 aprile 2016

Se questo è un prete


OPINIONI - Grazie a un’ottima recente intervista a cura di Giampiero Carbone abbiamo avuto l’occasione di toccare con mano l’obiettiva, quanto disarmante banalità del male che, incurante delle lezioni fornite dalla storia, si ripete trovando di volta in volta sostenitori teoricamente insospettabili.
Lo scorso 24 febbraio, infatti, il giornalista vallemmino ha pubblicato sulle pagine locali de La Stampa il resoconto del suo incontro con il nuovo rettore del Santuario della Madonna della Guardia di Gavi, don Luciano Bosia, che tra le voci del proprio curriculum ne vanta almeno una poco invidiabile: è stato per anni il compiaciuto confessore personale di Augusto Pinochet, il generale cileno autore del sanguinoso colpo di stato dell’11 settembre 1973. L’ennesima pagina nera del “Secolo dei campi (di sterminio ndr)”, così come con macabro realismo qualcuno ha definito il ‘900, che oltre a portare alla morte il presidente socialista Salvador Allende, del cui operato il prete gaviese dichiara subito una valutazione pessima, diede inizio a una delle dittature più longeve e spietate della storia sudamericana.
Capace com’è di riconoscere i valori veri che fanno di un uomo una persona esemplare, Bosia - incalzato da Carbone - non riesce infatti a trattenere tutta la propria ammirazione per il boia cileno: «Un uomo profondamente cattolico – lo definisce con orgoglio il sacerdote – affabile», ma soprattutto meritevole di ogni stima, perché grazie al regine del terrore che ha instaurato nel Paese andino «Ha impedito che il Cile diventasse una nuova Cuba e, soprattutto, ha evitato la guerra civile».
Ma non basta: alle pur garbate perplessità dell’intervistatore che, per inciso, gli ricorda delle torture e degli oppositori politici “scomparsi”, il pio uomo di chiesa che adesso, per il suo santuario, vuole «avere dei chierichetti e portare in loco il lavoro della Caritas» oppone l’ineluttabile legge dei numeri. "I desaparecidos sono stati circa tremila (!) – argomenta con distacco, neppure citasse quattro casi di bronchite - meno di quanto dicono certe cifre".
Vediamole queste cifre, che non escono dal sacchetto dei bussolotti della tradizionale lotteria estiva della Madonna della Guardia, ma sono i dati ufficiali di Amnesty International. Li ha forniti nel 2004 la Commissione Valech, documentando – nel senso che ha esibito i documenti probatori riferiti al periodo 1973-1990 – di oltre 40.000 vittime di violazione dei diritti umani, 38.254 delle quali hanno subito detenzione, stupro, o tortura e di cui “soltanto” 3.216 sono state uccise, o sono appunto “scomparse”. Numeri dietro ai quali ci sono (c’erano) persone le cui vite sono state spezzate sulla base esclusiva delle proprie opinioni politiche, ma che lontani dal provocare in Bosia l’orrore, alla domanda del giornalista se tutto ciò sia stato giusto o sbagliato, gli fanno rispondere che: "Il governo ha agito solo contro i più pericolosi. Non molte persone, in realtà".
Non è dato di sapere se il vescovo da cui dipende questo ben informato ministro di Dio abbia letto quell’intervista né, tantomeno, se per quelle parole abbia potuto assolvere a sua volta il devoto assolutore di Pinochet. Nel caso lo avesse fatto, tuttavia, è da sperare che possa anche avergli spiegato il senso dell’ultima lezione di Allende, quando alla radio parlava del significato della morte: la sua, che da lì a poche ore si sarebbe dato nel palazzo presidenziale bombardato dai militari golpisti. La lezione esemplare di un uomo libero, che mai e per nessun motivo, a differenza dei lacchè di regime come don Luciano Bosia, avrebbe potuto ricoprire un ruolo nella "storia ignominiosa di coloro che hanno la forza, ma non la ragione".

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