venerdì 13 maggio 2016

Domenica 15 maggio commento al Vangelo



(Giovanni 14,15-16,23-26)

«15Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; 16e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre»,
23Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. 24Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
25Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. 26Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».
      
Domenica 15 Maggio la chiesa festeggia la Pentecoste. La festa cade nel cinquantesimo giorno dalla Pasqua e ricorda la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli riuniti nel cenacolo di Gerusalemme, discesa dopo la quale iniziò la vita di espansione della Chiesa stessa con il discorso tenuto da Pietro alla folla convenuta in città per la Pentecoste ebraica  (At. 2,14-41).
Il racconto dettagliato dell’episodio è presente negli atti degli Apostoli (At. 2, 1-13). La discesa dello Spirito Santo non è citata né nelle lettere paoline, né nei vangeli più antichi di Marco e Matteo. Nel  vangelo di Luca (24,49) e in Giovanni  (14,16-17, 15,26 e 16,7) Gesù promette la venuta del “Paraclito”  che  insegnerà ogni cosa e ricorderà il messaggio di Gesù.  Paraclito in origine era un termine del linguaggio giuridico che significava letteralmente "chiamato appresso", cui l'equivalente latino è l'ad-vocatus, cioè "avvocato", inteso come "difensore" o "soccorritore", e per estensione,  "consolatore". 
La pentecoste è una festa molto antica. Nel popolo ebraico era la festa che si celebrava  sette settimane dopo la Pasqua. Nel primo Testamento essa è designata con altre espressioni: “festa dei frutti dei lavori agricoli” (Es. 23, 16), “giorno delle primizie” (Nm 28, 26), “festa delle settimane” e festa delle “primizie della messe del grano” (Es. 34, 22)  In antico si trattava probabilmente per i pastori della festa dopo la tosatura delle pecore e per gli agricoltori della festa della mietitura, infatti cadeva in maggio/giugno al termine della raccolta del grano e dell’orzo. In seguito questa festa fu storicizzata e riletta come il ricordo dell’alleanza sul Sinai (Esodo 19, 16-19).  
Nel racconto di Atti alcuni aspetti della discesa dello Spirito Santo (il fragore e il fuoco) ricordano la teofania di Dio sul monte Sinai descritta nell'Esodo (19,16-18) mentre in alcune parti dell'Antico Testamento, come Genesi (1,1-2) e il Primo libro dei Re (19,11-13), il vento impetuoso è simbolo della potenza di Dio.
Al di là del significato teologico e simbolico, non è chiaramente possibile provare la storicità dell'evento. Secondo Hans Küng, è tuttavia possibile che i discepoli di Gesù si siano riuniti durante la festa ebraica della Pentecoste e che in quell'occasione si sia verificata una comprensione illuminante ed emotiva del messaggio di Gesù elaborata poi da Luca nella redazione degli Atti.
I versetti del vangelo di Giovanni che si leggono oggi parlano della promessa dell’invio dello Spirito Santo ma mi sembra soprattutto una sintesi del massaggio di Gesù, lasciato ai discepoli prima della sua morte.
Gesù dice «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” e ancora “Il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi  insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”.
Nel libro “Gesù di Nazaret” Ortensio da Spinetoli dice: “L’esperienza più singolare, unica di Gesù, è quella che egli ha fatto di Dio, Padre pieno di amore per tutti, buoni e cattivi, israeliti e gentili”. Gesù parla di un Dio che non è distante ma è in noi come un “consolatore” o spirito o soffio divino, scintilla di trascendenza che caratterizza ogni uomo.  Egli ha anche detto “….il regno di Dio è in mezzo a voi!». (Lc 19, 21).  Gesù intende il “regno di Dio” come la condizione ideale della comune esistenza nel creato. Essere nel regno è soprattutto sentire che Dio crea e regge l’universo da sempre e in ogni istante, ma è un Dio “discreto” e “latitante” perchè ha scelto la libertà dell'uomo e ha messo tutto nelle sue mani.   Il senso della presenza di Dio (“il soffio o la scintilla“) e della nostra posizione di fratelli in un creato pieno di beni da preservare e condividere deve essere così forte da condizionare il nostro stile di vita e le nostre azioni, da modificarle profondamente, da farci “convertire” all’essenzialità, all’amore e alla giustizia. Le ricchezze della terra sono destinate a tutti, sia che si viva nel nord o nel sud del pianeta, sia che si sia bianchi o neri, perché tutti  uguali e destinati a utilizzare insieme equamente le opportunità.

Vilma

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