martedì 10 maggio 2016

La persecuzione silenziosa


La vita, le esperienze, ma soprattutto gli incontri con le storie delle persone, mi fanno ca- pire quotidianamente che sono i meccanismi culturali, economici, sociali, politici e religiosi che pretendono di classificare le persone secondo una scala che definisce: i primi, i secon- di, i terzi ... fino agli ultimi.
Un titolo non cambia la sostanza di una persona: ci si riconosce per la profondità della propria umanità. Infatti Il Piccolo di oggi, 8 Aprile 2016 titola la pagina di Gorizia: "Apre la sezione gay, carcere nel caos". Cosi, tra gli ultimi la società colloca ancora gli omosessuali e i transessuali. E pensare che sono persone dal vissuto doloroso del sospetto, del giudizio, del pregiudizio, dell'esclusio- ne; persone che vivono il dramma interiore del proprio essere e dell'avvertire la difficoltà di esprimerlo.
L'aprire una sezione gay nel carcere di via Barzellini, sottolinea che si torna ancora a quella mentalità italiana del 1927, così ben descritta nella mostra visibile nel palazzo della provin- cia di Corso Italia, dal titolo “La persecuzione silenziosa – dove con la politica del silenzio sul tema degli omosessuali lo Stato Italiano interveniva o con la diffida, o con l'ammoni- zione, o con il confino, demandandone la repressione alla sfera morale e religiosa.
Solo nel 1936, con l'avvicinamento dell'Italia alla Germania nazista, l'omosessuale da ele- mento indesiderato, per lo Stato diventa un nemico pubblico, un pericolo. E sappiamo come son finiti gli omosessuali nei campi di sterminio. E riaprire una sezione per loro a Gorizia, e poi dirigerla come attualmente viene diretta, significa quasi rievocare i drammatici avvenimenti di quel tempo.
Ci vogliono antenne speciali della sensibilità per intercettare quel dolore muto, quel flebile gesto, che solo alle volte diventa un grido, perché, ancora sono considerati gli ultimi nella società in quanto non sono accettabili i criteri di giudizio che li classificano come tali. I criteri di questa classifica sono decisi da chi occupa e gestisce il potere, da chi si sente primo per poter definire gli altri ultimi.
Ma spesso sono proprio questi primi ad essere gli ultimi, perché privi di umanità, lontani dalla vita delle perone: non le incontrano, non le ascoltano, non ne condividono drammi e speranze e, rinchiusi nei loro ristretti circuiti da lì pretendono di decidere della vita degli altri.

Il Garante per i diritti dei detenuti Don Alberto De Nadai (Gorizia 8 Aprile 2016)

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