sabato 4 giugno 2016

Commento al Vangelo domenica 5 giugno


Luca 7, 11-17
In quel tempo, Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. 
Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. 
Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. 
Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». 
Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.

Ecco un altro testo molto noto della vulgata evangelica: facilmente possiamo pensare che Gesù potesse essere dotato di poteri straordinari, essendo il figlio di Dio, e allora potremmo o ammirare la sua figura o piangere per la sua distanza. Invece, chi vuol essere, o cercare di diventare suo discepolo, oggi come ieri, deve fare un salto di qualità nella sua ricerca.
Qui, incontriamo un Cristo che si emoziona, che partecipa agli eventi che incontra.
Per noi, i discepoli del ventesimo secolo, cosa può significare questo? Gli episodi di morte che ci vengono presentati accanto alla vita di Cristo, tendono sempre a insegnarci qualcosa. Non credo che si possano esaurire in una contemplazione dell'opera di questo personaggio: mi sembrerebbe insufficiente una prospettiva di questo tipo. Occorre allora trovare una chiave di interpretazione aggiuntiva per l'evento narrato.
Abbiamo già detto che i vangeli possono intendere episodi di morte come episodi diversi da quella situazione che noi circoscriviamo con questo appellativo. Allora dobbiamo interrogarci sul significato da attribuire a questo termine nella narrazione evangelica.
La morte è l'assenza di speranza, o meglio sarà Cristo a insegnarci che con la fede  si può superare la barriera della morte: invece qui, vediamo che anche durante la vita, la morte può esser battuta. Superata e addirittura, pur se il destino di morte pare accomunare tanto il figlio quanto la madre anch'essa è prostrata e l'intervento di Gesù pare riportarla in vita.
Anche noi, se vogliamo esser discepoli di Cristo dobbiamo saper superare gli episodi di morte che costellano la nostra esistenza: non nascondo tuttavia che una cosa è dire queste parole altra è riuscire a vivere coerentemente.
Particolarmente perché la morte non è solo quella del fine vita: noi dobbiamo prioritariamente fare i conti con la morte della speranza che vestiamo con la disillusione, con il cinismo, con l'apparente sapienza utilitaristica.
Non a caso in questo brano evangelico appaiono 2 figure disperate alle quali il nazareno fa ritrovare la voglia di vivere. Noi cosa dovremmo incontrare per uscire dal nostro torpore?
Non possiamo accontentarci di far parte della folla evangelica che osserva il dolore della madre, la resurrezione del figlio, queste sono scene già viste, occorre scrivere altre pagine...

Walter

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