martedì 12 luglio 2016

La Bibbia un libro polifonico

Il problema siamo noi, lettrici e lettori, figli di questo tempo che sembra aver abbandonato lo sguardo ampio e sapiente, e che ricorre alla Bibbia soltanto alla ricerca di saperi parziali e di emozioni momentanee, di conferme e di consolazioni. Tendenzialmente, noi siamo dei lettori che leggono il libro come se fosse solo uno «specchio» che ci rimanda quanto già sappiamo e, insieme, quanto desideriamo (lo «specchio delle mie brame»!).
Ma la Scrittura è innanzitutto, «finestra» che proietta il nostro sguardo altrove, fuori di noi.
Essa ci apre i suoi vasti orizzonti; non è un giardino chiuso. La Bibbia, infatti, è un libro polifonico, nel quale entrano in dialogo mondi differenti. E' un «libro-mondo», dalle dimensioni cosmiche. Tracciando un percorso che va dalla Genesi all'Apocalisse, essa spinge il suo lettore a interrogarsi su ciò che sta «in principio» e su quanto lo attende «alla fine». E quanto alla storia che si distende in questa ampia cornice essa viene vista, interrogata e narrata con molti linguaggi fornendo un'infinità di significati simboli, capaci di dischiudere prospettive di senso su tutto ciò che accade. Leggere le Scritture significa, dunque, immergersi in questo orizzonte ampio, nel quale i cieli si chiudono lasciando trapelare parole di vita. Chi apre questo libro è invitato a far propria la sfida dell'imparare a leggere nientemeno che la vita: il microcosmo della nostra vicenda personale, certo, ma anche il macrocosmo della storia umana.
«Un senso, un significato può esistere solo "tra le righe" [...] questo è probabilmente il motivo per cui i testi biblici danno tanto da pensare allo spirito più esigente, senza mai pensare al suo posto» (Beauchamp).
Tra le righe ci sono i bianchi del testo: spazio che evita la saturazione fondamentalista e apre il racconto alle domande della storia. (…)
Di un supplemento di luce abbiamo tutti disperatamente bisogno. Echi ha avuto la possibilità di scorgerne qualche lampo non può tenerlo per sé andando a sotterrarlo nel terreno della propria interiorità. Per far fruttare il dono della Scrittura nella storia, anziché custodirlo gelosamente nei giardini chiusi dell'anima o delle chiese, è operazione a rischio. I sentieri della storia, poi, non consentono primogeniture: fanno camminare insieme chi è in viaggio con la Bibbia e chi con Erodoto o con le altre narrazioni luminose: una comunione di anime non fuse tra loro.
Tutti sullo stesso piano, incalzati dalle domande e a corto di risposte, tutti brancolanti nel buio e assenti di luce. In questa variegata compagnia, le Scritture, a dispetto del nostro immaginario religioso, si trovano bene. Già abitate al loro interno dalla conversazione tra diversi punti di vista libere dal gioco al ribasso di includere ed escludere, con leggerezza e ironia provano anch'esse a far brillare qualche luce nella notte del mondo come le altre grammatiche provano a fare chiarezza sui discorsi già fatti. Gettano luce quando fa buio, al termine del giorno, quando l'opera è conclusa, a giochi fatti. Non si può che guardare la storia come la nottola di Minerva.
Ma non è un lavoro inutile. Con occhi di gufo, si può sfondare l'opacità delle tenebre e leggere in profondità l'orizzonte, attendendo il nuovo giorno, indicandone i contorni che iniziano a profilarsi e le nuove possibilità di movimento, come se si vedesse l'invisibile.


(tratto da un testo di Lidia Maggi)

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