domenica 17 luglio 2016

Reinterpretando le scritture: entrando nel dibattito

I due contributi di José Lopes Silva e di Santiago Villamayor (Adista documenti 4/2016) meritano una attenta lettura. A mio avviso, questi studi offrono stimoli efficaci per chi avverte la necessità di un "trapasso" epistemologico e di un reale rinnovamento dell'immaginario e del linguaggio teologico.
Essi segnalano un fatto ed una urgenza. Si è rotto - non da oggi - il ponte tra linguaggio ufficiale cristiano e la cultura della modernità. Inoltre questi studi ribadiscono l'urgenza di por mano a questa rivoluzione epistemologica e linguistica senza voltarsi dall'altra parte e senza accontentarsi di qualche ritocco di cosmesi teologica.
Quando scrissi uno dei miei primi libri "Una fede da reinventare" (Claudiana, Torino 1975), il testo che prima rimase a lungo sulla mia scrivania in cerca di Editore, mi incamminavo verso questa consapevolezza.
Il dibattito ora è reso ancora più necessario e urgente dal fatto che la chiesa gerarchica ha ignorato quasi interamente questo problema in forza della sua visione dogmatica del cristianesimo.
Paolo VI il 5 giugno 1967 disse: "Le formule dogmatiche sono così strettamente legate al loro contenuto che qualsiasi alterazione nasconde o provoca un'alterazione nel contenuto stesso". Il 4 dicembre 1968, come se non bastasse, aggiunse: "Non si possono abbandonare le proprie formule in cui la dottrina è stata ponderata e autorevolmente definita. Su questo aspetto il magistero della Chiesa non transige". Già nel 1965 aveva affermato: "Le formule a cui ricorre la Chiesa per proporre i dogmi della fede esprimono concetti che non sono legati ad una determinata forma di cultura umana e neppure ad una determinata fase del progresso scientifico e neppure ad una scuola teologica; esse manifestano invece un'esperienza universale e necessaria. Per questo si dimostrano adatte a tutti gli uomini di tutti i tempi" (in Misterium Fidei, AAS 57 – 1965, pag. 758).
Difronte a questo quadro, è sempre più necessario sollecitare una svolta. Difatti i nostri Autori non fanno che entrare in un dibattito che viene da lontano, ma è stato spesso ristretto tra addetti ai lavori. Va da sé che, anche nel dibattito teologico, a volte si fa sentire l'enfasi di chi cita come scoperte di oggi problemi lungamente dibattuti. Né mancano cedimenti alla moda, luoghi comuni, letture storiche in bianco e nero. Così a me sembra che, rispetto al "tempo assiale" e al paradigma post-religioso, la discussione sia ben più ampia e aperta di quanto José Lopes Silva e di Santiago Villamayor lascino intendere.
Per esempio, l'annoso dibattito sulla assialità rischia di ridursi a teoresi, se non si lascia oggi interpellare dal fenomeno della crescita delle diseguaglianze sociali e della recrudescenza di varie forme di violenza.
Su queste scottanti questioni trovo molto più aderenti alla realtà e convincenti le argomentazioni di Marcelo Barros e di Juan José Tamayo (Adista 2/2016).
Sulla scia di Rahner e Metz, non si tratta forse, dentro questo mondo che evolve tanto rapidamente da sottrarsi all'operazione di contenerlo dentro un solo paradigma, di ritrovare e vivere la dimensione mistica della nostra fede cristiana dentro il processo di liberazione degli/delle oppressi/e ed emarginati/e? Non si tratta forse di reinventare un dialogo d'amore per i nostri tempi, di trovare la strada, i simboli e le parole, come scrive Marcelo Barros, di rinnovare il patto di intimità con Dio?
Così pure trovo decisamente reali e costruttive le riflessioni di Tamayo su religioni, etiche e movimenti sociali: "E' proprio l'alleanza tra loro a poter contribuire positivamente a mantenere viva la speranza in tempi di crisi, quelli in cui la gente tende a diventare preda del pessimismo, dello sconforto, della depressione, dell'apatia, dell'indifferenza, della passività e del disincanto" (Adista 2/2016).
Sono grato a Dio perché da oltre 50 anni, nel quotidiano cammino di accompagnamento con persone e gruppi cristiani, ho praticato la progressiva messa in atto di un linguaggio e di una prassi pastorale che sono solito indicare con il vocabolo "pontalità", cioè valorizzare al massimo livello tutto il positivo del vecchio paniere per confezionare un pane nuovo. Pontalità non significa abitare la zona del ponte confezionando, in una mescolanza insapore, una macedonia, ma transitare lucidamente verso il futuro valorizzando i tesori del passato e buttando a mare il castello dogmatico come zavorra.
Ma mancano spesso i barcaioli e i narratori...
Ancora: alcune ipotesi e riflessioni a me sembrano liquidatorie. Rovesciando l'espressione Villamayor, penso che "probabilmente abbiamo ancora bisogno di un cielo, di un Dio creatore e redentore".
Non posso chiudere gli occhi e non posso trattenere la meraviglia di fronte ai frammenti del mistero affascinante di Dio che anima tutte le arterie del creato. Totalmente Altro e totalmente vicino, dentro il fluire della vita.
Il cristiano mistico alla Rahner e Metz ha il bisogno incontenibile di adorare il mistero nella Sua trasparenza di ogni cosa.
Per dirla con l'espressione ripresa da Bonhoeffer, sa stare nel mondo etsi deus non daretur, ma non sa più vedere il mondo senza Dio e Dio senza il mondo.
Ma quasi solo in una comunità che abbia formato ministri e ministre "attrezzati", la lettura biblica, la celebrazione eucaristica e la simbologia liturgica lentamente fanno pace con una semantica riconciliata con la vita e la cultura di oggi.
Nella gioia il nome di Dio e la sua presenza, sempre nascosta ed indicibile, fioriscono come un giardino; altre volte diventano scandalo per un silenzio che mal s'addice ad un Dio che è amore.
Ho grande fiducia in questa paziente, lenta, ma profonda rivoluzione del "dire oggi Dio" che vedo appassionare tante persone che si sono convertite dal dogma al messaggio. E allora mi trovo a vivere con tanti fratelli e sorelle, in quest'oggi, una fede piena di vita e una vita piena di fede. Amo questo "tragico oggi" che mi presenta sfide ineludibili e mi costringe ad un linguaggio nuovo per dire Dio.

Franco Barbero (16 febbraio 2016)

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