giovedì 10 novembre 2016

In famiglia c’è un nuovo figlio: è un ragazzo rifugiato

Se Alassane nel mercato di una cittadina del Mali non avesse incontrato la mendicante cieca, in Italia forse non sarebbe mai arrivato. Oggi ha 19 anni, ma a 14, dalla Guinea dov’è nato, ha iniziato a vagare per l’Africa: la nonna, presso la quale si era rifugiato per sfuggire al padre violento, era morta e lui si era messo a camminare. Burkina, Niger, Mali. In Niger, poco più che bambino, era stato rapinato più volte di ciò che riusciva a guadagnare nei campi. Per questo il Mali, con quel lavoretto al mercato da due-tre euro al giorno, gli era sembrato un posto buono per restare. «Al mercato c’era un’anziana cieca e Alassane aveva preso l’abitudine di darle l’elemosina. Un giorno lei gli ha chiesto: perché tu che sei povero mi aiuti? Io posso lavorare, tu no, le ha risposto. Allora l’anziana gli ha detto di non preoccuparsi per lei, di cercare una vita migliore. Lui ha pensato all’Italia».  

A raccontare sono Gianfranco e Liliam, quarantenni (funzionario lui, impiegata lei) in attesa di un bimbo. Da giugno accolgono Alassane con il «Rifugio diffuso in famiglia» del progetto Sprar gestito dalla Pastorale Migranti diocesana, una delle 28 famiglie che nel 2016 si sono rese disponibili per ospitare un rifugiato. «Alassane è arrivato due anni fa ed è entrato in un progetto per minori. Noi, intanto, eravamo rimasti colpiti da una trasmissione sui rifugiati in famiglia - racconta la coppia - e avevamo preso contatto con la Migranti. Dopo dieci mesi e ci hanno proposto Alassane. Proprio allora abbiamo scoperto che avremmo avuto un bimbo. Ci siamo detti: il bimbo nascerà tra nove mesi, nel frattempo c’è posto per questo ragazzo». 

Alassane si è dato da fare da subito, ha studiato italiano, cucina, meccanica. «Ora lavora in un ristorante. Lo stiamo aiutando a trovare casa, a fare la patente. È un ragazzo che ha fatto esperienze terribili. Ha visto ammazzare, ha visto persone cadere dal camion. Qui sta recuperando un po’ di adolescenza. L’abbiamo portato in vacanza: la prima della sua vita». 

Affetto, partecipazione alla costruzione di una persona, come un figlio da crescere. «Sono sentimenti comuni alle famiglie che accolgono i giovani rifugiati. Spesso i 413 euro che ricevono per vitto e alloggio li mettono da parte per quando i ragazzi diventeranno autonomi», dice Marcella Rodino della Pastorale Migranti, che cura gli abbinamenti rifugiato-famiglia. 
Un altro incontro felice è quello tra la famiglia di Sabrina, insegnante di inglese, tre figli, mamma affidataria del Progetto neonati del Comune di Torino, e Byagui, 20 anni, del Mali. «Byagui era stato mandato dai genitori a casa di amici, in Libia, per studiare, ma una volta là è scoppiata la guerra. Lui sarebbe tornato in Mali ma non c’erano mezzi. Qualcuno gli ha detto che una nave l’avrebbe portato in Costa d’Avorio. Invece è sbarcato a Lampedusa».  

Byagui è stato accolto in una comunità per minori prima di approdare a Pessione, a casa di Sabrina. «Quando ci siamo conosciuti, non era contento di venire qui, non voleva lasciare gli amici a Torino. Ma ha accettato. Dopo pochi giorni siamo andati a Roma dal Papa. Lui è musulmano, ma è entusiasta di Francesco». A Pessione Byagui si è ambientato, si è affezionato ai figli di Sabrina (il maggiore ha la sua età), ha imparato a prendere il treno per raggiungere l’officina dove ha buone probabilità di essere assunto. «La domenica vuole lavare i pavimenti, e l’erba non è mai stata così in ordine. Da noi non accetta denaro. In estate, mentre il tirocinio era sospeso, dopo molte insistenze sono riuscita a dargli 50 euro. Con il primo stipendio di 120 me li ha restituiti. Presto andrà a vivere da solo, con lo stipendio potrà pagarsi l’affitto. Ha scelto di restare a Pessione e su di noi potrà sempre contare».  


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