martedì 15 novembre 2016

La fortuna della crisi

"Non è vero che il paradigma post-religionale sostenga che le religioni scompariranno; questo è solo l'equivoco in cui cade chi lo valuta in maniera superficiale o pregiudiziale, senza ascoltare gli argomenti in tutte le loro sfumature.Le religioni possono e dovrebbero continuare, ma ciò sarà possibile solo al prezzo della lo- ro trasformazione, dell'abbandono delle loro pratiche "religionali".
Molti dei compiti che hanno assunto quasi costitutivamente durante il periodo agrario do- vranno essere abbandonati. Le religioni dovranno concentrarsi sul compito essenziale, che non cambierà: aiutare l'essere umano a sopravvivere diventando sempre più umano. E questo compito, benché sia quello di sempre, potrà essere espresso con grande e creativo ventaglio di possibilità.
Sebbene, per la loro mancanza di reazione di fronte a questa sfida, di fatto stiano arre- trando e morendo - le statistiche lo testimoniano quantitativamente e qualitativamente -, nutriamo la speranza che le religioni, presto o tardi, metteranno a frutto il loro potenziale di sintonia con la Vita e si riconvertiranno, piene di giovialità.
Le crisi sono state nella storia come levatrici che hanno forzato e reso possibile l'apparizio- ne del nuovo.La grande crisi attuale delle religioni le sta spingendo a ritrovare se stesse, abbandonando molti compiti che avevano dovuto assumere nel periodo agrario e che ora non hanno più senso per il cambiamento radicale del contesto sociale, economico, culturale, evolutivo, epistemologico, filosofico e assiologico.
Parallelamente, stanno riscoprendo se stesse, scoprendo con gioia che la loro vocazione profonda (umanizzare l'umanità) continua a essere possibile, e ancora più urgente in que- sta nuova tappa evolutiva bio-antropica".

(José Maria Vigil, in "Oltre le religioni", p. 194)

Nessun commento:

Posta un commento