venerdì 24 marzo 2017

Commento al vangelo domenica 26/3/2017

Vangelo (Giovanni 9, 1-41)
In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!». Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».

Nel brano evangelico possiamo notare diversi aspetti degni di riflessione, ad esempio l’idea antica, già esistente nel mondo greco, che “un’imperfezione” fosse sinonimo di colpa/peccato e che questa fosse ereditaria, quindi potesse tramandarsi di padre in figlio finché non veniva espiata. Il fatto, quindi, che Gesù neghi che la cecità sia dovuta ad un peccato non è affatto scontato in una società in cui, al contrario, questo era un dato acquisito. Inoltre, dal racconto risulta chiaro che chi, come il cieco, aveva un handicap era automaticamente un emarginato, destinato a chiedere l’elemosina ai bordi della strada. Ancora di più, allora, colpisce il gesto di Gesù che, per prima cosa, vede il cieco, cioè lo nota e gli presta attenzione, e poi lo guarisce senza che gli fosse stato chiesto. Un po’ come se oggi uno di noi, mentre passeggia per strada, si fermasse ad osservare un barbone sdraiato per terra o un rom che mendica e, di propria iniziativa, facesse qualcosa che cambia la sua vita radicalmente.
Un altro aspetto d’interesse è sicuramente la condanna di Gesù da parte dei farisei perché ha agito di sabato: sin dai tempi più antichi, le convinzioni dogmatiche sono state, dunque, considerate prioritarie rispetto alle esigenze pratiche delle persone, una questione oggi viva più che mai, basti pensare a quanto siamo diventati schiavi della burocrazia e a quanto un certificato possa, alle volte, essere considerato più importante della persona in carne ed ossa. Gesù agisce, ancora in un caso, in rottura con quelle tradizioni  sentite come obsolete e limitanti. Il suo scopo, complessivamente, non sembra essere quello di chi voglia stravolgere le tradizioni e le peculiarità di una fede e di una cultura, quella ebraica, molto sentita e amata; quanto quello di chi vuole provare a rinnovare tale cultura dal di dentro, mettendo in discussione ciò che la rende limitata e troppo poco al servizio di chi ha realmente bisogno. I veri ciechi del racconto sono, evidentemente, i farisei poiché, secondo Gesù, ritengono di poter vedere, quindi comprendere in profondità, quando, invece, si rifiutano di credere all’evidenza della guarigione del cieco e non accettano che anche una persona così umile potesse avere qualcosa da insegnare loro; il cieco, anche una volta guarito, ai loro occhi resta comunque un peccatore e, quindi, qualcuno da dover emarginare. Il tema dell’incapacità di saper vedere pur possedendo la vista è presente in tradizioni molto antiche ed ha avuto da sempre un significato simbolico particolare. Sofocle, ad esempio, tragediografo greco del V secolo a.C., racconta la storia di Edipo che, dopo aver commesso involontariamente un terribile peccato, si acceca e, solo allora, inizia a vedere con chiarezza le cose. Il mito greco, inoltre, è ricco di figure di importanti indovini (coloro che potevano vedere il futuro e conoscere la volontà degli dei) ciechi ma, forse proprio per questo, dotati di una profonda capacità di capire e interpretare il reale. L’idea di fondo è che non basta poter vedere per riuscire a capire davvero; comprendere in profondità persone e situazioni significa fare uno forzo, anche di immedesimazione, che va ben oltre la semplice osservazione. Gesù, a mio avviso, aggiunge a questa idea un altro tassello di fondamentale importanza: vedere non è davvero comprendere se non si guarda l’altro in profondità e ci si immedesima nella sua storia personale; ma, soprattutto, vedere non è davvero comprendere se non si prende in mano la situazione e si fa qualcosa per cambiarla.


Anna Cau

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