domenica 26 marzo 2017

L'omosessualità: questione di biologia

Uno studio dell’Università di Torino svela un complesso meccanismo con cui geni e ambiente regolano il comportamento sessuale nei topi. E conferma come l’attrazione sessuale sia un fenomeno fondamentalmente biologico, indipendentemente dal sesso da cui si è attratti.

L’attrazione sessuale è un fenomeno complesso, ancor di più se si cerca di comprendere cosa indirizza il nostro desiderio verso l’uno o l’altro sesso. È la natura, l’ambiente o la cultura a determinare il nostro orientamento sessuale? O magari ognuna di queste componenti svolge un ruolo, più o meno importante, nel gioco dell’attrazione? Il tema è più che mai controverso e la scienza non ha ancora espresso un parere definitivo. Ma un nuovo studio del Nico – Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi – dell’Università di Torino fornisce un nuovo, interessante, spunto di riflessione. La ricerca, pubblicata sulla rivista Scientific Reports, rivela infatti come nei roditori l’attrazione per l’uno o l’altro sesso sia legata da una complessa interazione tra geni e ambiente, guidata da un processo definito neurogenesi adulta: l’integrazione di nuovi neuroni in alcune specifiche aree del cervello. I risultati, avvertono i ricercatori torinesi, non ci dicono molto sui meccanismi che agiscono all’interno del cervello umano, ma non fanno che sottolineare come eterosessualità e omosessualità siano fenomeni di natura fondamentalmente biologica. 

La scoperta, raccontano i ricercatori, è arrivata quasi per caso. La ricerca ha preso infatti il via dallo studio della neurogenesi adulta in due aree del bulbo olfattivo del cervello dei topi. “Queste aree del cervello svolgono un ruolo estremamente importante nei roditori, perché regolano l’integrazione sociale e i comportamenti riproduttivi”, spiega Paolo Peretto, professore di anatomia comparata e citologia dell’Università di Torino e del Nico, che ha coordinato la ricerca. “L’aggiunta di nuovi neuroni è quindi un fenomeno critico di plasticità neurale, che permette agli animali di rispondere agli stimoli che arrivano dall’ambiente”. 

Nello studio i ricercatori del Nico hanno lavorato con una particolare popolazione di topi che (a causa di una mutazione genetica) presentano un basso numero di neuroni ipotalamici GnRH, cellule del sistema nervoso che svolgono un ruolo fondamentale nel regolare l’attività delle gonadi (i testicoli in questo caso). A renderli un modello di studio interessante, chiarisce Peretto, è il fatto che gli ormoni sessuali prodotti dalle gonadi (detti feromoni) svolgono a loro volta un ruolo chiave nel modulare la produzione di nuovi neuroni nel cervello adulto. Nelle femmine infatti l’esposizione a feromoni maschili innesca la produzione di neuroni nel bulbo olfattivo e attiva in seguito i comportamenti riproduttivi. Mentre nei topi maschi normali, esposti quindi ad alti livelli di testosterone (l’ormone sessuale maschile), i feromoni maschili non innescano nessun fenomeno di neurogenesi. 

Andando a indagare cosa succede nei topi affetti da ipogonadismo (la bassa attività delle gonadi dovuta alla mancanza di neuroni GnRH), i ricercatori hanno fatto la loro scoperta: se vengono esposti ai feromoni maschili, nel cervello di questi maschi con bassi livelli di testosterone si assiste a un fenomeno di neurogenesi identico a quello delle femmine. Non solo, anche il comportamento sessuale muta: in assenza del testosterone, la modulazione dei circuiti neurali indotta dai feromoni spinge questi animali a preferire la compagnia maschile. 

“Questi topi si accoppiano regolarmente con le femmine, ma in presenza di feromoni maschili il loro cervello si comporta come quello femminile, e gli animali esibiscono una maggiore attrazione per gli individui dello stesso sesso”, conclude Peretto. “È un’interessante dimostrazione del fatto che l’attrazione sessuale è un fenomeno pienamente biologico, regolato dall’attività del cervello che nasce dall’interazione tra geni e ambiente”. 

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