martedì 2 maggio 2017

il conto dell'ultima cena di Moni Ovadia ed.Einaudi


   Non sono in grado di informare il lettore sull'ammontare dell'importo richiesto per quel celebre pasto a Gesù e agli apostoli. Essi, per risapute ragioni, non riuscirono a onorare il debito. Però sono in grado di riferire alcune cose riguardo a quella cena: Gesù e gli apostoli scelsero di sicuro una locanda nota per il suo rispetto delle leggi della Torah.
….. L'oste aveva di certo ripulito minuziosamente il locale da ogni minima traccia di cibo lievitato e di bevanda o condimenti fermentati, così come prescrivono i precetti del Pesakh. Quindi tutti avranno cominciato il rito con le benedizioni, a partire dal quaddesh, la consacrazione della festa in cui si recita il kiddush (la benedizione del vino), poi avranno bevuto il primo bicchiere di vino – un vino intenso e ricco dei profumi del sole e della santità, anche se enologicamente non “corretto” - e si saranno seduti comodamente e persino stravaccati (perchè l'uomo liberato dalla schiavitù non ha più costrizioni). Avranno fatto l'urkhas, il lavaggio delle mani, senza recitare la benedizione, ed eseguito il carpas, l'atto di intingere del sedano, del prezzemolo o un pezzo di patata nell'aceto o nell'acqua salata recitando la preghiera: ”Benedetto tu, o Signore, Dio nostro, Re del mondo, creatore del frutto della terra”.
    A quel punto Gesù avrà compuito la cerimonia del jahaz, preso dal piatto rituale tre azzime sovrapposte (nel piatto è necessario che siano presenti tre azzime coperte da un panno, la zampa anteriore di un agnello arrosto, della lattuga, del sedano, un uovo e del kharoset, una sorta di “fango” dolcissimo) ed estratto l'azzima di mezzo, poi l'avrà spezzata chiedendo che una delle due metà fosse nascosta. Fatto questo, avrà riempito il secondo bicchiere di vino e dato principio alla lettura della haggadah del Pesakh.
    La haggadah è il racconto della schiavitù d'Egitto, dell'oppressione degli ebrei e della loro liberazione a opera di prodigi e miracoli. Gesù avrà partecipato alla lettura, prestato attenzione alle quattro domande sul senso intimo della festa poste dal più piccolo partecipante al seder (con questa parola ebraica che significa “ordine” si definisce la cena pasquale), avrà ascoltato e ripetuto l'elenco delle piaghe mandate per domare la crudele caparbietà tirannica del faraone. Gesù avrà meditato con tremore sul passaggio con cui il Santo Benedetto si assume la piena e diretta responsabilità dell'uccisione dei primogeniti egizi, di uomini e animali, ne avrà di sicuro capito gli abissi e il significato intrinseco, avrà cantato i magnifici salmi e le commoventi melodie paraliturgiche.
Chissà che voce aveva, Gesù. Era intonato o stonato come il patriarca Abramo? Faccio un'ipotesi: Gesù forse non aveva una voce bella, ma di certo un'espressività perturbante e gioiosa come quella di Louis Armstrong. Nel momento in cui, con ogni probabilità, intonò il Betzel Israel (all'uscita dall'Egitto), il salmo dalla melodia più intensa, gli apostoli forse ammutolirono e ascoltarono a bocca aperta.
    Nel corso del racconto tutti avranno bevuto gli altri due bicchieri di vino prescritti, tranne gli astemi, che avranno bevuto del succo d'uva. Poi il pasto sarà cominciato con il rohzah,
il secondo lavaggio delle mani seguito dalle parole: “Benedetto tu sia, o Signore nostro
Dio, Re del mondo, colui che ci ha comandato la lavanda” e della sequenza dei “bocconi rituali” accompagnati dalle relative benedizioni: il motzì matzà, quando il capofamiglia solleva dal piatto rituale la prima matzà e la matzà di mezzo spezzata. Sulla prima azzima recita:” Benedetto tu sia, nostro Signore, Re del mondo, che fai uscire il pane dalla terra”. Sulla seconda invece pronuncia:” Benedetto tu sia, o Signore nostro Dio, Re del mondo, colui che ci ha santificato e ci ha comandato di mangiare azzima”. Poi distribuisce un pezzetto di ciascuna delle due azzime a ogni convitato, che lo intinge nel sale e ripete la benedizione.
    La matzà è il pane della libertà, dell'identità universalista del monoteismo, non lievitato e non salato, perchè non ci fu tempo di aspettare la lievitazione. Gesù ne avrà gustato il delizioso sapore di cartone al forno. Sì, delizioso, perchè è per antonomasia il cibo dell'uscita dalla schiavitù, e come lui noi lo apprezziamo durante la festa del Pesakh, perchè dobbiamo conquistare la liberazione anno dopo anno a ogni generazione.
    Dpo il motzì motzà si mangia il maror, l'erba amara, per ricordare l'amarezza della schiavitù e insieme per esprimere lutto per la morte degli Egizi annegati nelle acque di Yam Suf, il Mare dei Giunchi. Gli ebrei non attraversarono mai il Mar Rosso, se non nei marchiani errori di pessime traduzioni. Le acque di Yam Suf si richiusero sopra gli Egizi dopo il passaggio degli ebrei, provocandone la morte. Poi si intinge del prezzemolo o del sedano nel kharoset, uno straordinario impasto dolce e denso come un fango fatto con fichi, datteri, mandorle, essenza di arancio e vino liquoroso, per ricordare il fango con cui gli ebrei erano costretti a impastare i mattoni, e si dice:” Benedetto tu sia, o Signore Dio nostro, Re del mondo, colui che ci ha santificato con i suoi precetti e ci ha comandato di mangiare l'erba amara”. E da ultimo, in ricordo del santuario, dopo averlo distribuito ai commensali si mangia il korekh, preparato con un pezzo della terza azzima avvolta in erba amara e intinta nel kharoset, e si recita:” In memoria del santuario, come faceva Hillel il vecchio che avvolgeva (azzima ed erba amara e kharoset) per osservare letteralmente la prescrizione del testo (Esodo,12,8). Con azzime ed erbe amare lo mangeranno (l'agnello pasquale)”.
   Alla fine di questi passaggi ha inizio la cena vera e propria. Gesù quella sera avrà mangiato delle uova, simbolo dell'integrità della vita; inevitabilmente l'agnello o il capretto, in ricordo della terribile notte in cui furono uccisi i primogeniti egizi mentre le case ebraiche venivano “saltate”, perchè come ordinato da Mosè gli ebrei avevano segnato gli stipiti delle porte con sangue di agnello. Saranno stati messi a tavola cibi a base di legumi e verdure, piatti come il hommus, la tahina, il ful medammes, tutti avranno bevuto vino in abbondanza e accompagnato le pietanze con azzime, avranno forse assaporato, al modo di noi ebrei sefarditi, i burmuelos, pezzi di azzima immersi nell'acqua, strizzati, poi passati nell'uovo sbattuto, fritti nell'olio e da ultimo immersi nel miele, e altri dolci. Pensate cosa si può fare con la frutta secca, la farina di azzime e il miele.
     Alla fine del pasto tutti avranno recitato la birkhat ha mazon, la benedizione sulle pietanze; quindi, per chiudere definitivamente la cena, avranno mangiato un pezzetto della mezza azzima nascosta e “rubata” per ricavarne un compenso dal più piccino dei commensali. La metà nascosta della seconda azzima si chiama afikoman. La parola afikoman viene dal greco epikomen o  epikomion, che significa “ciò che viene dopo” o anche “dessert”, quindi da essere consumato alla fine del pasto in ricordo del sacrificio pasquale praticato nel tempio. La mishnà di pessahim spiega che l'afikoman è un sostituto del korban Pesakh, il sacrificio pasquale, ed era l'ultima cosa mangiata nel seder di Pesakh, la cena pasquale, nell'era del primo e del secondo tempio e all'epoca del mishkàn ( il tabernacolo). La ghemarà insegna che è proibito mangiare altro cibo dopo l'afikoman, così da mantenere nella bocca il gusto della matzà, che è il sapore della liberazione dalla schiavitù.

   La nottata sarà proseguita in allegria con i bellissimi canti di festa. E se Gesù non fosse stato arrestato dai Romani, si sarebbe attardato fino all'alba a interpretare con sottilissimi commentari l'uscita dall'Egitto.

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