giovedì 21 settembre 2017

Joan, il bambino fantasma: per lo Stato non esiste perché è nato da due mamme

Gli tira giù la magliettina a righe, coprendogli l'ombelico. Un gesto semplice. Da madre. Gli prende la testa e lo guida verso il seno. Se questa fosse una favola, inizierebbe con un “C'era una volta un bambino che non esisteva”. Per poi continuare con un “viveva con le sue mamme”. Eppure Joan (nome di fantasia) esiste. Dall'alto dei suoi 45 centimetri, ben appoggiati al suolo, si impone cercando attenzioni con parole incomprensibili. Indica cose, ne scaraventa al suolo altre.

Joan, sette mesi, per l'Italia e per l'Europa, è un bambino fantasma. Venuto al mondo di fretta il 27 dicembre scorso, e relegato poi nel limbo dei “non riconosciuti”.
“Non sappiamo cosa accadrà domani”, dicono guardandolo. Hanno 36 anni. Una veterinaria, l'altra biologa marina. “Giravo il mondo e guidavo un importante progetto – confessa – poi è nato lui e ho deciso di abbandonare la professione e andare a vendere telefonini. L’ho fatto per scelta, per stargli accanto”. Si immaginavano una vita perfetta. Se non perfetta, almeno normale. Ed eccolo lì, invece, il lungo elenco dei diritti negati. Joan non ha un pediatra: il suo “non esistere” agli occhi dello stato, non gli dà diritto all’assistenza sanitaria. Non ha documenti e non è iscritto all'anagrafe. Non ha diritto a frequentare la scuola, né a viaggiare liberamente. E, nonostante abbia due genitori, per lo Stato è figlio di nessuno.

Una vicenda che doveva limitarsi alla burocrazia, ma che ben presto è diventata il pretesto per una battaglia ideologica: coppie omogenitoriali sì, coppie omogenitoriali no. “Nostro figlio ha un'unica colpa per l'Italia: essere nato da due mamme e non in una famiglia convenzionale”. Una battaglia combattuta a suon di scarica barile da un ufficio all'altro. Da una parte il sindaco di Perugia Andrea Romizi, eletto tra le fila di Forza Italia. Dall'altra due mamme che chiedono il riconoscimento “dell'esistenza di nostro figlio”.

Il cambio pannolini. L'odore di naftalina che sconvolge il naso. Un mucchio di fazzoletti abbandonati dentro un cestino. Una vita normale che si trascina tra una notte insonne, una favola letta a metà e un pianto insistente per quei due incisivi appena spuntati.

Per capire questa vicenda, bisogna ripercorrerla punto dopo punto. Foglio dopo foglio. Joan è nato a Barcellona da mamme italiane sposate in Spagna e iscritte all'Aire (Anagrafe italiani residenti all'estero) del capoluogo umbro. “Io ho donato l'ovulo” e “io ho portato in pancia per nove mesi il piccolo”. Lo dicono in coro. Lo dicono automaticamente. Ormai abituate a rispondere a questa domanda tecnica.

“Eravamo convinte che tutto sarebbe andato bene”. Nessuno, neanche l'avvocato assunto prima che il piccolo nascesse, poteva prevedere che il Comune rifiutasse di trascrivere un atto di nascita. “Di battaglie in tribunale ne sono state fatte in questi anni, ma speravamo che le ultime sentenze della Cassazione ci spianassero la strada spianata. O almeno la rendessero più semplice”. I giudici del Palazzaccio, in effetti, da qualche anno a questa parte, di fronte a casi simili, hanno sempre dato ragione alle coppie omogenitoriali, sancendo un principio semplice, quasi banale: “Trascrivere un atto di nascita, regolarmente formato all'estero, non va contro l'ordine pubblico”. E quindi contro quell'insieme di norme fondamentali dell'ordinamento giuridico riguardanti principi etici.
Il primo febbraio di quest’anno, il Consolato italiano a Barcellona trasmette l’atto di nascita del bambino al Comune di Perugia in conformità a quanto previsto dalle norme vigenti. Passano i mesi. Nessuno risponde. L’attesa viene rotta solo da una richiesta. “Manca un documento”. È questo quello che si sentono dire dall'Amministrazione comunale. Lo spediscono immediatamente. Poi ancora silenzio, fino a una nuova richiesta: il certificato di parto con il quale si specifica chi delle due abbia dato alla luce il piccolo. Anche quello viene inviato nel più breve tempo possibile, nonostante si tratti di un documento non indispensabile per la trascrizione dell'atto di nascita e il riconoscimento al diritto di esistere. 

È il 30 maggio, esattamente tre mesi dopo, quando l'ufficiale di Stato decide di seppellire sotto la parole fine ogni indugio e privare un bambino dei suoi diritti. Nessun piano B: “Non ci hanno dato alternative, ci hanno detto solo di procedere per le vie legali”. Joan diventa ufficiosamente apolide, visto che per l’Italia non è mai nato. “Spiegare perché nostro figlio non esiste per nessuno, pur esistendo in tutto e per tutto, è difficile”. “No, è impossibile”, fa di rimando l'altra. Dalla semplice iscrizione all'asilo fino all'apertura di un libretto bancario per mettere da parte i soldi delle nonne. A Joan tutto questo è proibito. All’asilo il bambino va solo perché il preside si è fatto carico della responsabilità di inventare il codice del documento negato: “Questa è l’umanità delle persone con cui abbiamo a che fare in Spagna e che non ritroviamo qui in Italia”. Per continuare a leggere l’articolo cliccare qui.


L’Espresso – 14 settembre 2017

Nessun commento:

Posta un commento