lunedì 25 giugno 2018

Commento al Vangelo domenica 24 giugno

DAL MITO AL MESSAGGIO - Luca 1, 57-66
Per Elisabetta intanto si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva esaltato in lei la sua misericordia, e si rallegravano con lei.All'ottavo giorno vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo col nome di suo padre, Zaccaria. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c'è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta, e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. In quel medesimo istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Coloro che le udivano, le serbavano in cuor loro: «Che sarà mai questo bambino?» si dicevano. Davvero la mano del Signore stava con lui.

I racconti della nascita di Gesù e del Battista costituiscono un gioiello letterario e una preziosa testimonianza di fede.
Luca, in questa costruzione mitologica e leggendaria, contrariamente a tutti gli altri evangelisti, inventa anche una parentela tra Maria ed Elisabetta (1, 36).
Così, quello che storicamente fu il maestro di Gesù, viene “costruito” come precursore, secondo un misterioso piano di Dio. 
Gli studiosi della Bibbia hanno evidenziato con cura che queste narrazioni sono prive di ogni fondamento storico. Si tratta di miti e di leggende che si trovano in tutta la Bibbia e in tutte le letterature antiche (Barbaglio, Ortensio da Spinetoli, Spong, Lenaers…).
Qui non c'è nessuna cronaca, nessun fatto storico. La ricchezza del messaggio biblico può essere trovato quando si chiarisce che i racconti mitologici non vanno letti come “storia”, fatti avvenuti, ma come vettori di profondi significati. È compito della catechesi e della predicazione chiarire, senza paura, questa differenza.

Senza paura - Non l’ho scritto invano: “senza paura”. Perché spesso serpeggia ancora l’idea che questa sia un’operazione che mette a rischio la fede. Non si tratta affatto di un’operazione liquidatoria o contraria alla fede, ma di una conoscenza che aiuta il credente a “scavare nel mito” per trovare il tesoro del messaggio che esso poeticamente esprime, fuori dalle prigioni e dalle strettoie dogmatiche. 
La conoscenza di questi miti, diffuse in tutte le tradizioni religiose, ci apparenta, ci rende prossimi, ci mette in relazione con le altre esperienze. Anche questo è un valore aggiunto del linguaggio mitologico.
Dunque, stiamo leggendo dei racconti mitologici. Gesù e il Battista sono nati come siamo nati e nate noi: questo è storico.

Gratitudine e ulteriorità- Luca, come gli altri evangelisti, vuole riconoscere la grandezza di questo profeta, di cui gli evangeli ci danno una testimonianza estremamente estesa anche sul piano letterario. Dal Vangelo di Marco a quello di Giovanni, in modi assolutamente diversi, il Battista è l’annunciatore del Regno di Dio, di una “svolta” imminente. La sua vita, il suo messaggio come la sua morte, hanno lasciato una documentazione letteraria assai più ampia della “traccia” lasciata su Gesù di Nazareth. Gli scritti di Flavio Giuseppe ne sono la prova. Ma Luca e, ancora di più il vangelo di Giovanni, fanno del Battista uno che precede, che prepara, ma che è inferiore a “colui che deve venire”, cioè Gesù. 
Viene costruita questa “interpretazione teologica” anche in modo apologetico e polemico. Si vuole dimostrare, anche con una “conversazione fittizia” di Gesù e del Battista (Giovanni 1, 19-42 e 3, 22-30), che lo stesso Giovanni invitava i suoi discepoli a passare al seguito di Gesù. 
Sembra che qui possa leggersi una comprensibile delusione dei discepoli del Nazareno che constatavano la perseveranza e la crescita dei discepoli del Battista anche dopo la sua morte nel carcere del potere romano a Macheronte.
Vecchia tentazione nostra è altrui: vogliamo essere i migliori, inglobare gli altri nelle nostre file. Lo abbiamo pensato e fatto… anche con il Battista stesso. Forse ci fu anche una componente di amore appassionato per Gesù nel presentarlo come il punto di arrivo.

Fin dove?- Non vi sembra strano il fatto che di un profeta ebreo, del giudaismo del tempo di Gesù, noi abbiamo fatto un santo? Giovanni il Battezzatore non ha mai pensato di farsi discepolo di Gesù: soprattutto non avrebbe mai pensato e potuto farsi cristiano, un “santo” cristiano (il cristianesimo nasce ben dopo!); ancora “cattolico”. Sì, è avvenuto: Giovanni Battista è stato “fatto santo” e risulta nel calendario liturgico con tre festività: un vero santo cattolico.
Per un ebreo, ancora oggi, deve essere duro digerire questo travisamento storico e teologico, ma per il popolo credente continua la politica dell’oscuramento del dato storico, a tutto danno della serietà della nostra meravigliosa fede.

Un messaggio pieno di stimoli- Le due leggende mitologiche veicolano un messaggio intenso. Le due madri, le due famiglie in cui sono nati Gesù e Giovanni hanno educato i figli all’amore, alla profezia. 
Le nostre famiglie, tutte le vere famiglie, omo o etero o trans (non ha nessuna importanza), sono chiamate a coltivare l’amore, ad essere giardini di vita, focolari e focolai di profezia. Le nostre parrocchie, le nostre comunità, i nostri centri di formazione mancano alla loro vocazione se non seminano profezia, “stravaganza” evangelica, contestazione radicale al monoteismo del mercato, del potere, dell’immagine.
Non a caso qui le “protagoniste” sono due donne. Non c’è verso, non c’è futuro nelle chiese cristiane, nelle tradizioni religiose e nel mondo se non si permette, anzi se non si promuove, la profezia delle donne nel tessuto relazionale, nelle strutture, nella cultura, nelle chiese.
Questa è una delle “verità” di queste mitologie se vogliamo andare al cuore del messaggio anziché cullarci romanticamente nelle leggende.
Detto un po’ troppo approssimativamente, se il limone non lo spremi, non ti dà il succo. Maria ed Elisabetta esprimono la radicalità della fiducia in Dio. 

don Franco Barbero

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