sabato 2 giugno 2018

Commento al vangelo domenica 3 giugno

Marco 14, 12-26
Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d'acqua; seguitelo e là dove entrerà dite al padrone di casa: Il Maestro dice: Dov'è la mia stanza, perché io vi possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli? Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono per la Pasqua.Venuta la sera, egli giunse con i Dodici. Ora, mentre erano a mensa e mangiavano, Gesù disse: «In verità vi dico, uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà». Allora cominciarono a rattristarsi e a dirgli uno dopo l'altro: «Sono forse io?». Ed egli disse loro: «Uno dei Dodici, colui che intinge con me nel piatto. Il Figlio dell'uomo se ne va, come sta scritto di lui, ma guai a quell'uomo dal quale il Figlio dell'uomo è tradito! Bene per quell'uomo se non fosse mai nato!».
Mentre mangiavano prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell'alleanza, che è versato per molti. In verità vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».Dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

Fa un certo effetto tornare a pochi mesi di distanza a riflettere su una narrazione pasquale, ma è pur vero che ogni incontro o celebrazione ha quale suo centro la memoria della Pasqua di Gesù. Pertanto proviamo a ritrovare motivazioni, a trarre vigore nel nostro cammino da questo ulteriore ascolto e confronto.

Il quadro che ci viene presentato è quello di una situazione ormai definita: i due discepoli vengono incaricati di recarsi nella sala, nell’ambiente che accoglierà i discepoli e il Maestro per la celebrazione della Pasqua, che viene presentata come uno spazio che pare essere in attesa di un evento che in quest’occasione sarà quello passato alla storia come “l’ultima cena”.
Credo però che questo costituisca uno schema narrativo, in quanto si racconta di un Gesù che al termine di una giornata trascorsa come era nel suo stile, avrà predicato, avrà percorso, avrà incontrato, si ritrova al momento della Cena comunitaria e, forse, avrà fatto qualche conto, avrà valutato la sua esperienza, quella dei discepoli. E da questa valutazione, sarà nata una consapevolezza: quella di aver trascorso una vita intensa ma proprio per questo di essersi scontrato con la mentalità del tempo, del suo mondo.
Allora non è tanto importante sapere se il traditore si chiama Giuda o in qualunque altro modo.
In altra dimensione, certo, ma sono gli stessi racconti evangelici a narrarci delle incertezze, dei rinneghi di Pietro o di Tommaso. Eppure, proprio questo passo ci mostra i commensali del Cristo, apparentemente turbati dall’eventualità, suggerita dal Maestro che sia proprio uno di loro a tradire quello che al contrario, parrebbe essere il Maestro riconosciuto.
Questo dato parrebbe spingerci alla riflessione sulle fragilità di ognuno, su una condizione comune, in base alla quale, ognuno si dice pronto a seguire, a cercare di esser discepolo ma la fragilità umana, per mille motivi può portarlo a rinnegare le sue scelte…
Certo che leggendo con attenzione questo brano si nota l’evidente contraddizione delle ultime righe, ovvero del momento in cui, avvenuto il ringraziamento come momento di preghiera, il gruppo esce dal cenacolo e pare riprendere una dimensione di vita oramai segnata.

Non credo che la storia vissuta di quel lembo di Palestina abbia avuto un andamento così rassegnato, così privo di tensioni: allora suggerisco che sia meglio immaginare la reazione di una comunità, di un gruppo unito da un medesimo riferimento, alla notizia che l’animatore di quello stesso comunica al termine di un momento conviviale. Occorre cambiare approccio allo stesso essere comunità: il punto di riferimento, il leader sta per essere sconfitto e consegnato agli avversari. Occorre uscire dal chiuso dei cenacoli e pur se da soli proseguire il cammino

Walter Primo 

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